mercoledì 19 aprile 2017

Brevi commenti a un articolo de "Le Monde"

Keynesblog rilancia un articolo de "Le Monde" in cui si afferma la banalità che uscire dall'euro non è la stessa cosa che non esserci mai entrati.
Ecco già l'incipit fa morire dal ridere, se non ci fosse da piangere.
Catalano diceva: "meglio svegliarsi in una giornata di sole che in una giornata piovosa".
Ma va?
Nel mondo scientifico si sa che l'Euro, come qualsiasi esperimento di area valutaria non ottimale, è un progetto sbagliato per la crescita economica di quell'area (Stati, comunità, regioni, etc.) ed è un progetto fantastico per chi detiene capitale finanziario, come lo fu il Gold Standard, nel quale la base monetaria era data da una quantità fissata d'oro.
Esserci entrati è stato un errore clamoroso per i popoli coinvolti, il dibattito scientifico non c'è su questo punto perché è un dato di fatto, ma ora che siamo dentro qualcuno ci dice che bisogna rimanerci perché:

"– La costruzione dell’Europa è di vitale importanza non solo per mantenere la pace nel continente, ma anche per il progresso economico dei paesi membri e il loro potere politico nel mondo."
La pace nel continente europeo l'ha sempre mantenuta la NATO e la notevole quantità di testate nucleari disseminate nelle basi dei vincitori della II guerra mondiale, sicuramente non è la costruzione europea che ha contribuito a mantenere la pace, anzi, ha acuito i dissidi, gli odi, i razzismi, i nazionalismi, proprio perché i suoi principi scolpiti nel TUE sono la forte competitività fra gli Stati e la stabilità dei prezzi che, notoriamente, per essere mantenuta scarica gli squilibri economici sui salari della classe lavoratrice comprimendoli via disoccupazione. Quando un lavoratore non ha lavoro o ha uno stipendio basso, odia, invidia, rivendica e vuole l'uomo solo al comando, vi ricorda qualcosa?

"– Le proposte contenute nei programmi anti-europei destabilizzerebbero la Francia e metterebbero a repentaglio la cooperazione tra i paesi europei, che assicura oggi la stabilità economica e politica in Europa."
Prima del 1992, della infame UE, si andava d'accordo in Europa? Si commerciava? Si cooperava? Si facevano accordi di partenariato economico? Si viaggiava in altri Stati? etc.
La risposta a tutte le domande è una: SI.
Tutti gli Stati avevano sovranità fiscale, monetaria, valutaria.
Tutto funzionava, sicuramente tutto era perfettibile ma tutto funzionava.
La Storia ci dice che senza la UE l'Europa funzionava.
Senza l'Euro, l'Europa come il mondo continuerà a funzionare.

"– Le politiche isolazioniste e protezionistiche e le svalutazioni competitive, effettuate a spese di altri paesi, sono modalità pericolose di cercare di generare crescita. Esse portano a ritorsioni commerciali e a guerre. Alla fine, esse si rivelerebbero dannose per la Francia e i suoi partner commerciali."
Questa poi è la solita propaganda liberista-americana.
Le politiche isolazioniste e protezionistiche le fanno solo e soltanto le grandi potenze o quelle si atteggiano ad esserle come la UE: non è stata forse la UE puntellata dagli USA a imporre l'embargo commerciale con la Russia, provocandoci miliardi e miliardi di danni economici?
Non sarà certamente la Francia, paese importante per carità, a destabilizzare il mondo, ovviamente...
La politica economica effettuata a spese di altri, beggar-thy-neighbour, è invece quella che fa la Germania, dentro la UE con gli Stati UE per mezzo dell'Euro. Non sarà di certo quella effettuata da un Paese indipendente ad essere un problema.
La svalutazione valutaria, a cui i detrattori aggiungono l'aggettivo "competitiva", non è altro che uno strumento di aggiustamento della propria valuta (che esprime il listino prezzi dei beni del proprio Paese) rispetto alle altre valute sulla base della domanda e offerta delle stesse.

"– Quando sono ben integrati nel mercato del lavoro, gli immigrati possono essere un’opportunità economica per i paesi ospitanti. Molti dei paesi più prosperi del mondo sono riusciti ad accogliere e integrare gli immigrati."
Spregiudicate politiche di immigrazione, non legate a eventi naturali ma solo ed essenzialmente a quelli socio-politici come quella europea, hanno un solo intento: creare artificialmente una concorrenza nel mercato del lavoro con il solo unico scopo di abbassarne il costo.
L'immigrazione e l'integrazione fanno rima con deflazione salariale.
Tutto ciò fa comodo ai detentori di capitale, solo a loro.

"– C’è una grande differenza tra la scelta di non aderire all’euro dall’inizio e uscirne dopo averlo adottato."
Siamo entrati sovrani e ora siamo una colonia, tornare a essere sovrani con le pezze al culo sarà dura ma è meglio di scomparire come comunità.

"– Occorre rinnovare gli impegni di giustizia sociale e quindi garantire e sviluppare l’equità e la protezione sociale, in linea con i valori tradizionali della Francia: libertà, uguaglianza e fraternità. Ma si può e si deve raggiungere l’obiettivo della protezione sociale senza protezionismo economico."
Non si può raggiungere l’obiettivo della protezione sociale dentro l'Euro, anzi l'Euro è stato creato proprio per abbattere la protezione sociale delle Costituzioni democratiche.

"– Mentre l’Europa e il mondo si trovano ad affrontare difficoltà senza precedenti, abbiamo bisogno di più solidarietà, non di meno. I problemi sono troppo gravi per essere lasciata ai politici divisivi."
Il PIL del mondo cresce del 3,5% , l'UE è il buco nero del mondo. Cosa è divisivo, il mondo che cresce nonostante l'UE, oppure è divisiva, antidemocratica e antistorica l'UE stessa con l'Euro?
I dati parlano chiaro.

Gli USA sono gli storici creatori promotori e finanziatori della UE, essa serve da un lato come cuscinetto militare e territoriale verso la Russia e, dal lato economico, è un mercato di sbocco per la iper produzione USA.
I Nobel firmatari dell'articolo da chi sono pagati?

Ecco l'elenco:

Angus Deaton (Princeton, prix Nobel en 2015), Peter Diamond (Massachusetts Institute of Technology, 2010), Robert Engle (université de New York, 2003), Eugene Fama (Chicago, 2013), Lars Hansen (Chicago, 2013), Oliver Hart (Harvard, 2016), Bengt Holmström (MIT, 2016), Daniel Kahneman (Princeton, 2002), Finn Kydland (Carnegie-Mellon, 2004), Eric Maskin (Harvard, 2007), Daniel McFadden (Berkeley, 2000), James Mirrlees (Cambridge, 1996), Robert Mundell (Columbia, 1999), Roger Myerson (Chicago, 2007), Edmund Phelps (Columbia, 2005), Chris Pissarides (London School of Economics, 2010), Alvin Roth (Stanford, 2012), Amartya Sen (Harvard, 1998), William Sharpe (Stanford, 1990), Robert Shiller (Yale, 2013), Christopher Sims (Princeton, 2011), Robert Solow (Columbia, 1987), Michael Spence (Stanford, 2001), Joseph Stiglitz (Columbia, 2001), Jean Tirole (Toulouse School of Economics, 2014).




mercoledì 7 dicembre 2016

Ora Bersani ci canta la MES (pubblicato su chietiscalo.it il 05/12/2012)

Qualcuno si è ricordato di un mio vecchio articolo del 2012 sul Meccanismo Europeo di Stabilità  non riuscendo, però, più a trovarlo sul sito chietiscalo.it perché in fase di ristrutturazione.
Lo ripropongo qui e, a parte le diverse contingenze storiche, potrete notare come appariva chiaro sin da allora come il MES era ed è un vile strumento di ricatto agli Stati sovrani.
Ricatto che oggi ci arriva direttamente dalla Germania dopo la vittoria del NO al Referendum confermativo della criminale riforma costituzionale.




Ora Bersani ci canta la MES


La modifica art 136 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea ha introdotto il compito della stabilità finanziaria dei Paesi dell'area Euro a cura dell’UE.
Un ampliamento dei doveri-poteri della stessa UE.
Stranamente l'attuazione di questo compito è stata resa operativa da un accordo che istituisce un’organizzazione finanziaria intergovernativa a parte chiamata ESM o, in italiano, MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) i cui soci sono i Paesi dell'area Euro.
Si tratta di una delega non alle istituzioni europee, come verrebbe spontaneo pensare, ma a un’organizzazione a parte che istituisce un fondo “salva-Stati” la cui funzione è di effettuare prestiti ai Paesi in difficoltà finanziarie che li richiedono.
Ogni Stato socio deve versare una quota proporzionale a quella detenuta nella BCE.
I voti che si possono esprimere nell'ambito di quest’organizzazione per la gestione dell'equilibrio finanziario dell'area euro sono proporzionati alle quote effettivamente versate.
Non c'è parità fin dalla sua istituzione, rispetta essenzialmente le forze economiche attualmente in gioco e non i principi di equità sanciti dall'Unione Europea.
L'Italia, per versare nei primi tre anni “irrevocabilmente e incondizionatamente” la prime quote che ammontano a 15 dei 125 miliardi di euro totali (circa il 17% dei totali 700 miliardi in dotazione al MES), ha già fatto ricorso al debito pubblico maturando ulteriori interessi passivi sui “prestiti”.
Si può chiamare “salva Stati” un accordo che ci chiede una cosa simile?
In un contesto di crisi di liquidità quindi, l'Italia si sta indebitando per versare una quota ad un'organizzazione che dovrebbe salvaguardarla dal debito.
In pratica è un incaprettamento, ma il bello deve ancora venire.
Uno Stato che dovesse richiedere gli aiuti al MES, farebbe scattare al suo interno dei piani di finanziamento ad hoc ai quali possono partecipare finanziatori esterni all'organizzazione, evidentemente appartenenti a quella giungla finanziaria che, di fatto, ha generato e tuttora alimenta (artificialmente, ndr) la crisi e, come se non bastasse, anche un margine di profitto per l'operazione (la cosiddetta cresta), il cui limite non è definito, è destinato all'organizzazione.
Se lo Stato non riesce a pagare il debito più gli interessi contratti, il MES prevede una serie di sanzioni finanziarie, ma se lo Stato non ha soldi come fa' a tirarne fuori altri?
Cosa può dare in cambio?
La risposta va da sé: patrimonio pubblico.
A dimostrazione di ciò, infatti, dopo l'approvazione del Fiscal Compact, 50 miliardi di Euro di risparmio l'anno ottenibili da politiche di austerità e tagli, sono cominciati, parallelamente, piani di privatizzazioni e svendita del patrimonio pubblico.
Non è prevista la possibilità di uscita dal MES.
La chicca: Il Consiglio dei governatori e il Consiglio di amministrazione del MES godono di immunità giudiziaria, di immunità di giurisdizione e di inviolabilità dei documenti.
Ma una domanda sorge spontanea, se c'è, qual è l'obiettivo politico di quest’organizzazione?
Nel momento in cui uno Stato richiede un prestito, il MES in collaborazione con la Troika (BCE+FMI+Commissione UE) decide di concedere il prestito soltanto se, in cambio, lo Stato richiedente si attiene a delle norme rigorose da far rispettare al suo interno, ad esempio, com’è avvenuto già in Grecia e Spagna, la Troika ha concesso finanziamenti in cambio di una concessione che le permette di dettare la politica interna, sostanzialmente basata sull'austerità.
Come brillantemente sostiene Lidia Undiemi studiosa di economia e diritto: “I processi democratici sono così diventati oggetto di contrattazione finanziaria”, da ciò se ne deduce che “la Finanza ha in tal modo ottenuto la legittimazione politica totalmente sganciata da qualsiasi tradizionale canale democratico nazionale o europeo”.
Va da sé che anche l'Italia, una volta che ha aderito a un’organizzazione che funziona con queste logiche deve aspettarsi che, oltre l'austerità, essa le detterà anche la politica interna.
Da quando c'è Monti, tuttavia, non è già così?
Il Parlamento italiano, ignorando l'art. 11 della Costituzione che enuncia: “L'Italia ...... consente, in condizioni di parità con gli altri Stati (che non c'è per effetto dello statuto MES, ndr), alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”, in data 19 luglio 2012, nel silenzio assoluto dei media e nell'assenza totale di dibattito pubblico, ha ratificato l'adesione al MES, approvando inoltre il Fiscal Compact una volta introdotto il principio di pareggio di Bilancio in Costituzione.
Anche ai più ingenui si dovrebbe palesare che tale trattato non è “salva Stati” ma “elimina-Stati”.
Quali sono gli schieramenti politici che hanno dato il loro consenso a questo scempio?
Eccoli qua: PD, PDL, UDC più aggregati “spontanei”, Lega contraria, IDV astenuta.
Vada per il PDL in balia del Cavaliere sotto il ricatto dalla Finanza internazionale che gli è costato il premierato, vada per l'UDC del trasformista e montiano Casini, ma il PD che c’entra con i malcelati fini di cui il MES è lo strumento e i principi della Teoria Monetarista che impone austerità e pareggio di Bilancio?
Non mi pare che questa domanda sia stata mai posta nei teatrini televisivi messi su per le primarie.
Bersani, leader confermato a furor di popolo, ha detto anzi che la prima risposta da dare agli italiani qualora vincessero le elezioni è il “la-vo-ro”, uno slogan populista che funziona sempre o quasi.
Anche uno studente al secondo anno di economia comprenderebbe l'assoluta infondatezza e incoerenza di questa posizione.
Infondatezza perché l'austerity anti-keynesiana scelta e votata dal PD è deflattiva, tiene a bada l'inflazione tanto cara ai monetaristi ma riduce il PIL, aumenta la disoccupazione, riduce il gettito fiscale e condanna il Paese che la adotta alla recessione, fino al default se non ha moneta sovrana (“Uno Stato a moneta sovrana non può mai fallire” Bernanke - pres. FED), la storia lo insegna, d’altronde la macroeconomia non è materia per questa generazione di politici.
Incoerenza perché i principi ai quali si dovrebbe ispirare il PD sono quelli socialdemocratici, di matrice marxista, che mettono in primo piano la tutela della società nelle sue massime espressione di cittadino, lavoro, assistenza e servizi nel contesto di una gestione più equa del sistema capitalistico.
Il PD, e questa non è un’opinione ma un fatto appurato, è agli atti del Parlamento, si è fatto complice e promotore (Napolitano) del prodotto più becero e iniquo del capitalismo: la speculazione finanziaria e i poteri forti che la esercitano.
Il PD di oggi si trova alla destra estrema del PCI del compianto Berlinguer, chi lo sostiene con il proprio voto non sembra riconoscere il “finto nemico”, Berlusconi, dal “vero nemico”, l'oligarchia tecnocratica e speculativa europea che sta decretando la fine della democrazia.
Siamo alle solite, non si guarda il meteorite che sta per travolgerci ma il dito che lo indica e, infatti, proprio oggi l'aspirante premier luogocomunista (prof. Bagnai docet) ha dichiarato “Non vedo l'ora di sfidare Berlusconi”(…… ancora ?! ndr).
Sopravvivendo ma anche stonando sobriamente, Bersani ci canti pure la MES.
05/12/12


venerdì 22 luglio 2016

COMMISSIONE AGRICOLTURA - TTIP, audizione Associazione italiana studio asimmetrie economiche

Il 20 luglio scorso a Commissione Agricoltura ha svolto l'audizione dei rappresentanti di a/simmetrie – Associazione italiana per lo studio delle asimmetrie economiche - nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulle ricadute sul sistema agroalimentare italiano dell’Accordo di partenariato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP). Intervenuti i professori Alberto Bagnai (presidente a/simmetrie) e Cesare Pozzi (membro del consiglio direttivo di a/asimmetrie).
Interessanti i dati e gli spunti forniti dai professori che, nel rispetto dell'approccio analitico consono all'associazione che rappresentano, ci prefigurano scenari inaccettabili per noi italiani, come da tempo si intuiva.
Buona visione.




mercoledì 20 luglio 2016

Dittatura degli intelligenti: quelli della megliocrazia - da Il Pedante

Dal blog de Il Pedante prendo a prestito e pubblico questo eccezionale post:


Nella puntata precedente di questa serie, dedicata al declino dell'idea di democrazia nel gradimento delle masse e di coloro che ne orientano l'opinione, ci siamo soffermati sugli attacchi sferrati agli elettori inglesi più anziani che avevano votato affinché il Regno Unito uscisse dall'Unione Europea. In quel caso la stampa aveva utilizzato dati incerti e male interpretati per associare le socialdemocrazie nazionali allo spettro cadente e rancoroso della vecchiaia, da contrapporre alla presunta freschezza giovanile del progetto europeo. Alcuni commentatori, accecati dallo zelo dei giusti, si erano quindi spinti a invocare la revoca del diritto di voto agli anziani, scoprendo così il sostrato predemocratico e totalitario che cova nel pensiero progressista contemporaneo.

In questa puntata proseguiremo nel solco di quella narrazione centrando l'analisi su un'altra virtù cardinale dell'elettore caro all'establishment, di quel καλὸς κἀγαθός europeista e globale a cui occorre conformarsi per non patire l'espulsione dal gregge. Dai resoconti giornalistici abbiamo appreso che egli non è soltanto giovane - o quantomeno giovane dentro, ostando l'anagrafe - ma anche istruito e residente nelle grandi città. Un identikit che, al contrario di quello giovanilista basato su fantasie esegetiche, trova almeno conforto nell'analisi dei voti. Così, ad esempio, nelle recenti elezioni presidenziali austriache il candidato internazionalista Van der Bellen si aggiudicava la maggioranza dei voti dei laureati e degli elettori della capitale - da cui il commento virale del duo comico Gebrüder Moped:

La FPÖ ha perso al voto postale e vuole abolire il voto postale. Prossimi passi: abolizione della maturità classica, di Vienna e delle donne.

Il primo aspetto che ci interessa indagare è il ruolo di queste rappresentazioni nell'orientare l'opinione di un ampio pubblico fabbricandone e celebrandone il primato morale. Il meccanismo manipolatorio agisce su due fronti. Da un lato isola una o più caratteristiche di larga diffusione - l'istruzione superiore, la residenza in un'area metropolitana, la gioventù - e le trasforma in distintivi di appartenenza a una élite sedicente virtuosa in seno alla comunità di riferimento. Dall'altro crea un'aspettativa positiva associando queste caratteristiche a preferenze politiche presentate in termini altrettanto virtuosi - l'internazionalismo, l'europeismo, la "sinistra" - e generando così nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria appartenenza alla schiera dei migliori.

Il fenomeno sottostante, noto agli psicologi sociali come Effetto Rosenthal o Effetto Pigmalione, descrive la possibilità di indurre i comportamenti e/o le qualità di un soggetto rendendogliene manifesta l'aspettativa da parte di un'autorità o di una guida riconosciuta. Se i giornali scrivono che i cittadini più istruiti votano progressista perché sono saggi, questi ultimi tenderanno ad avverare la profezia votando progressista, sì da essere degni di annoverarsi tra i saggi. Collateralmente anche i meno istruiti, purché esposti alla narrazione, orienteranno le proprie opinioni verso il medesimo standard per assimilarsi ai migliori. In questo modo la descrizione mediatica diventa norma coattiva, avverando se stessa.

In un altro articolo di questo blog (il pedante.org) si è visto come il principale movente politico della vasta e longeva categoria dei moderati non risieda nell'interesse o negli ideali, ma piuttosto in un desiderio di celebrare la propria superiorità aderendo agli standard etico-politici di volta in volta fabbricati e magnificati dagli organi di stampa, cioè dal potere in carica. Si è anche visto come la coltivazione di exempla negativi da cui distinguersi - gli estremisti, i razzisti, i fascisti, i terroristi, gli indifferenti, la pancia degli elettori ecc. - sia strettamente funzionale all'allestimento letterario di quegli standard virtuosi e alla loro imposizione: il terrore di finire dietro la lavagna con il cappello dell'infamia spinge i gregari a suffragare qualsiasi atto, anche il più atroce. È il terrore atavico dell'esclusione dal branco, la cui urgenza irrazionale diventa strumento di propaganda e di sottomissione in quanto prevale sugli interessi dei singoli, anche i più legittimi, e li annulla nell'imperativo di un presunto bene spersonalizzato e comune - cioè del personalissimo bene di chi detta le trame ai giornali.

Ai mezzi di informazione spetta il compito di alimentare questa aggregazione autocelebrativa coltivando simboli, mode, antagonismi e dibattiti che, per aggredire i gangli prerazionali del target, devono affondare la loro suggestione negli archetipi più radicati e ancestrali. Limitandoci al caso qui analizzato, la dialettica centro-periferia allude, sotto l'apparenza asettica del dato demografico, alla connotazione morale e intellettuale dell'urbanitas latina in quanto eleganza di modi e di eloquio e "tacita erudizione acquisita conversando con le persone colte" (Quintiliano, Inst. orat. VI III 17), da contrapporre alla grezza rusticitas. Se città e civiltà condividono il medesimo etimo (civitas), la villa (cascina, podere e, per sineddoche, la campagna tutta) partorisce non solo il villico, ma anche il villano e l'inglese villain, cioè l'antagonista, il malvagio, l'irredimibile cattivo delle fiabe.

In quanto all'istruzione, il suo riflesso positivo e condizionato ha una radice quantomeno duplice. Da un lato rimanda anch'essa alla celebrazione classica dell'erudizione e, per successiva approssimazione e sovrapposizione semantica, alla sapientia della pneumatologia cristiana che in origine identifica discernimento e saggezza. Che i dotti debbano avocare a sé la guida delle cose pubbliche era già in Platone, là dove contrapponeva alla democrazia ateniese la sofocrazia, il governo dei filosofi e dei sapienti. Dall'altro, l'attenzione al grado di istruzione innesca un automatismo pedagogico che rispecchia l'infantilismo coltivato dai media e dove la qualità degli individui è misurata in termini di diligenza e non di intelligenza. Sicché lo studente/cittadino meritevole è quello che ascolta la maestra, passa gli esami e consegue il titolo di studio, così come il politico buono è quello onesto che si attiene alle regole senza metterle in discussione, il lettore buono è quello che ripete tutto ciò che legge sui giornali e il popolo buono è quello che fa i compiti a casa di merkeliana memoria, senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso.

Il successo di questa articolata captatio benevolentiae è tale da suscitare non solo l'autocompiacimento dei suoi destinatari - sì da renderli argilla nelle mani del manovratore di turno - ma anche un odio acerrimo verso chi non si conforma allo schema. I moderati, nonostante rappresentino di norma la maggioranza dell'elettorato (diversamente il potere non se ne curerebbe), amano immaginarsi come uno sparuto manipolo chiamato a difendere la fiamma della civiltà dai barbari. La loro forza sta nella paura, e la paura genera odio. Sicché, nei rari casi in cui la realtà non si conforma alle loro aspettative, si scagliano con la cecità del branco contro chiunque ardisca trasgredire il catechismo impartito dai loro giornali. Ecco l'attempato dandy dell'ultraeuropeismo, Philippe Daverio, commentare la vittoria del Brexit dalla sua pagina Facebook:

Nell'Inghilterra colta la voglia d'Europa si è confermata, in quella dove gli anziani e le anziane sdentati preferiscono una cassa di birra alla cura dal dentista, l'Europa perde.

Un disprezzo iperbolico e gratuito, una polarizzazione puerile tanto più bizzarra in quanto espressa da un tizio che non ha mai preso una laurea. L'esito, fin troppo prevedibile e antico, è il classismo, la sbobba dialettica di chi non potendo dimostrare la propria superiorità si illude di affermarla postulando l'inferiorità degli altri.

Come si è visto nella puntata precedente, dalla squalificazione antropologica alla negazione dei diritti il passo è breve, brevissimo. Il subumano va arginato e interdetto per il bene di tutti e in deroga a tutto. Leggiamo Massimo Gramellini, il direttore de La Stampa, che rompendo ogni indugio porta l'attacco al cuore del dogma democratico:

La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare. La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli, dal momento che i suonatori di piffero alla Farage si erano ben guardati dal dirglielo?

Ecco, Gramellini si è scocciato del popolo. E nell'esprimersi con fastidio aristocratico per la "retorica delle gente comune" promuove evidentemente se stesso al rango della gente speciale e dei "cittadini evoluti". A che titolo? E chi ve lo ha eletto? Non ce lo spiega, né soprattutto spiega che cosa ci sia di speciale in un'opinione ragliata all'unisono da tutti i maggiori mezzi di informazione. Del resto la sua missione è un'altra: quella di rendere dicibile l'indicibile - la revoca del suffragio universale - e di gettarne il tarlo nelle docili testoline dei suoi lettori, così da prepararli ad applaudirne l'avvento e illuderli che, quando ciò accadrà, loro non ne saranno colpiti trovandosi al sicuro sulla sponda dei giusti.

lunedì 4 aprile 2016

Un servizio RAI raccontò tutto alle tre del mattino nel 2013, è' spiegato tutto benissimo, da vedere assolutamente: