mercoledì 25 giugno 2014

E IL POPOLO ACCLAMA I TEA-PARTY by Orizzonte 48

Pubblico un eccellente post di Luciano Barra Caracciolo (Orizzonte 48), da leggere assolutamente.




E IL POPOLO ACCLAMA I TEA-PARTY
(anche se litigano tra loro e sopravviveranno all'euro)





Un articolo dai toni caustici su "Libero Quotidiano" ci racconta del parallelismo Monti-Renzi sul piano dello sperticato elogio da parte di una grancassa mediatica assuefatta a se stessa e priva di memoria a breve termine. (E ci sarà un triste perché...).


Si può sintetizzare in questi passaggi:

"Generazioni e stili diversi, ma la prosa è quasi identica. I titoli oggi sono gli stessi del luglio 2012, quando il bocconiano ex commissario europeo illustrava alla Camera dei deputati il resoconto del Consiglio europeo di Bruxelles dove sembrava che con lui andasse sempre tutto benissimo. L’Italia non correva pericoli e potevamo stare tranquilli. «C’è un asse», scriveva allora Repubblica, tra la Germania della Merkel «e l’Italia di Monti, un feeling personale tra lei e “Mario”...
Anche per Monti c’è stato lo stesso clima ultra-favorevole sulla stampa italiana e straniera. C’erano i fuochi d’artificio, si è stappato lo champagne, ma poi a ben vedere i festeggiamenti sono durati abbastanza poco. I tecnici hanno fallito e il progetto politico montiano si è scontrato alla prima prova delle urne. Renzi ha i voti, ora l’attende la prova dell’Ue.
A distanza di due anni cambiano i soggetti, ma frasi sono le stesse. Renzi è il nuovo eroe. I suoi ministri tutti fuoriclasse...".

Peccato che non risulti, dallo stesso articolo, perché "i tecnici hanno fallito" e come Renzi stia ripercorrendo le stesse identiche impostazioni di politica economica: solo paludate di roboanti propositi sulla lotta "anticasta-Stato-sprecone" e via corruzion-dicendo, propositi che, invece, Monti e Letta non avevano sufficientemente percorso. Naturalmente propositi viventi nella (mera) comunicazione, come attestano i fatti di cronaca e i conti dello Stato degli ultimi anni e...in prospettiva, se non altro perchè è il denominatore PIL che tradisce le previsioni (quanto a tagli e tasse sostanziali, in effetti, bastava e avanzava anche lo sfortunato Tremonti, che poteva benissimo cavarsela in UEM, non fosse stato per la questione della connection tra junks bond nelle banche tedesche e "serate eleganti" varie: chi non è in grado di vederla si rilegga un pò il blog).

Dell'inquietante parallelismo tra Monti e Renzi, da parte dei media sdilinquiti in chiave "cheek to cheek with Angela", avevamo detto nel post di sabato scorso.

E vale quanto le lodi a Prandelli immediatamente dopo la vittoria sull'Inghilterra.

Ma in quel post avevamo anche specificato che la questione €uropea, agli effetti pratici, non si muoveva di una virgola; siamo sempre fermi al punto in cui, che si raggiunga o meno il pareggio di bilancio, la via è quella del consolidamento fiscale e le politiche relative verrebbero al più consentite mediante un'ambigua acquiescenza alrinvio al 2016 del pareggio stesso, condita da confusissime concessioniverbali, mai seguite da determinazioni euro-istituzionali, sulla golden-rule (cioè la eccettuazione dal calcolo nell'indebitamento pubblico della spesa pubblica per investimenti).

Insomma, si può pure ironizzare sull'attuale governo, come sul suo inquietante accostamento a quello Monti, ma la consapevolezza mediatica non cresce; ci si appaga, al più, di lotte politiche intestine, mentre (basta vedere un Ballarò qualsiasi) la confusione e le discussioni relative a problemi malposti e, tra l'altro, peggio ancora risolti, campeggiano in un'orgia che può riassumersi nel triste spettacolo della disunità dell'italian tea-party .

Se ci pensate un paradosso che le stesse forze politiche totalitarie potrebbero risolvere facilmente, se non fosse che non avendo capito nulla, la ragion d'essere della politica si è ridotta alla corsa alla presa di distanza dalla corruzione e dalla pressione fiscale. Cioè i metodi più sicuri per non risolvere nulla ma per raggiungere un facile consenso che, al più, può portare a un reverente implorare all'Europa una flessibilità di facciata, ed in quanto, comunque, "a noi piace fare quello che stiamo facendo e non perchè ce lo chieda l'Europa".

Tutti sono dunque convinti di aver capito che il problema è tagliare la spesa pubblica e si rinfacciano, semmai, di non aver propinato dosi sufficienti di tale veleno.

Persino i 350 dipendenti delle società immobiliari che perderanno il posto a seguito della possibile disdetta degli affitti d'oro per conto della Camera dei deputati, non viene vista come ovvia conseguenza di tale atteggiamento, che, pure, fa capire con immediatezza che tagliare il reddito nazionale, cioè la spesa pubblica non è una soluzione che garantisca la crescita, semmai la disoccupazione (=deflazione salariale): perchè questa è l'unico strumento a disposizione per non finire di nuovo in crisi di indebitamento estero. Salvo poi rendere incorreggibile la posizione netta sull'estero, dato che l'euro è un processo inesorabile che deve ridisegnare, scatenando un conflitto generazionale dove tutti perderanno, la società italiana... possibilmente con il suo stesso plauso!

L'euro sta lì, senza legame cosciente con questa idea tea-party che probabilmente gli sopravviverebbe. Perchè non è pensabile che sia sradicabile dal senso comune degli italiani, tutti assorti nella rabbiosa indicazione della corruzione come il primo dei loro problemi.

E basta leggersi questo articolo sul Brasile per rendersi conto che i mali (coincidenti semmai con le politiche di correzione adottate da istituzioni neo-liberiste dalla facciata "progressista"), vengono sempre fatti ricadere su questo splendido format(corruzione-spesa pubblica improduttiva), che la World Bank e il FMI hanno messo a punto, con tanto di classifiche incredibili (ma molto credute), in base alle qualirisultano meno corrotti i paesi più liberisti: quelli cioè in cui le lobbies dei poteri economico-finanziari sono talmente potenti da catturare totalmente il processo decisionale normativo, alienando lo Stato da ogni residua funzione democratica, e quindi minimizzando la deviazione di ciò che è conforme a legalità da quanto coincide con gli interessi affaristici dell'oligarchia economica.

In tali casi, infatti, si verifica in radice "il difetto di fattispecie sanzionatorie applicabili ai meccanismi di appropriazione disparitaria della ricchezza, che vengono simultaneamente legalizzati dalle norme".

Ieri a Ballarò, un ennesimo sondaggio, incurante della distinzione tra pubblico e privato, (tipica manifestazione dell'ordoliberismo, semmai qualcuno avesse nutrito qualche dubbio) presentava gli "imprenditori" (sic!) come la "istituzione" che riscuote la maggiore fiducia degli italiani!

E quando sento queste cose, e vedo che non c'è nessun accenno di stupore, o rimostranza, in NESSUNO dei politici, su questo panorama concettuale, mi chiedo se abbia senso ancora tenere questo blog e magari preparare un convegno per spiegare, che so, cosa significhi, in termini di democrazia fondata sul lavoro, l'art.41 della Costituzione:

"L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali."

Anche spiegando cosa significhi, essendo un meccanismo (doveroso, per governo e legislatore) del tutto dimenticato, e anzi stigmatizzato, bisognerebbe sempre aggiungere che la norma, pur essendo un pochino più importante dei trattati europei, è ormai praticamente inapplicabile.


Finché c'è l'euro, di sicuro.

martedì 24 giugno 2014

Euro e Austerity: la tenaglia che ci stritola

Pubblico un post di Vladimiro Giacché su "sinistrainrete" che con molta chiarezza indica i problemi della crisi e della sua probabile evoluzione.


Euro e Austerity: la tenaglia che ci stritola
di Vladimiro Giacchè

In primo luogo sulla gravità della situazione. Il nostro paese ha perso, dall’inizio della crisi, poco meno del 10% del prodotto interno lordo, il 25% della produzione industriale, il 30% degli investimenti. A chi paventa catastrofi nel caso di un’eventuale fine dell’euro va risposto che al punto in cui siamo l’onere della prova va rovesciato, perché la catastrofe c’è già. E la prima cosa da fare è di comprendere come ci siamo finiti e cosa fare per uscirne.


Ci troviamo, molto semplicemente, nella peggiore crisi dopo l’Unità d’Italia: peggiore di quella del 1866, e peggiore di quella del 1929 (Rapporto CER n. 2/2013).

Peggiore per tre motivi: perché il livello di prodotto pre-crisi – che negli altri casi era già stato recuperato dopo 6 anni – in questo caso non sarà recuperato neppure in 10 anni; perché gli indicatori di cui disponiamo non segnalano alcun miglioramento significativo della situazione (al contrario, quanto alla disoccupazione, essi ne prevedono un ulteriore aumento nel corso del 2014). E anche perché la situazione attuale è caratterizzata da due elementi di rigidità che privano il nostro Paese di margini di manovra.

Il primo vincolo – quello rappresentato dall’appartenenza alla moneta unica – impedisce ogni autonoma politica monetaria e ogni recupero di competitività tramite la svalutazione della moneta.

Il secondo elemento di rigidità – quello dei vincoli di bilancio – impedisce ogni politica anticiclica, per non parlare poi di una politica industriale. Osservo en passant che il modello tedesco, continuamente invocato quando si tratta di precarizzare il mercato del lavoro sul modello dell’Agenda 2010 di Schröder, viene completamente trascurato quando si parla di politiche anticicliche. E sì che con 70 miliardi di euro utilizzati per rilanciare il settore manifatturiero tra 2008 e 2009, la Germania (che in quei due anni aveva perso all’incirca la stessa quota di prodotto perduta dall’Italia) costituisce un caso di scuola in fatto di utilizzo massiccio di politiche di deficit spending in funzione anticiclica…

I vincoli di bilancio hanno conosciuto un aggravamento negli ultimi tre anni anche rispetto a quanto fu previsto a Maastricht. In particolare, la regola relativa alla necessità di ridurre la parte di debito che eccede il 60% del pil nella misura del 5% annuo è una regola che nel Trattato di Maastricht non c’era, e non per caso: era infatti ben chiaro ai negoziatori degli altri Paesi che l’Italia non avrebbe potuto accettare un obbligo di riduzione del debito di queste proporzioni. Questo vincolo è invece stato introdotto nel 2011, nel bel mezzo della peggiore crisi economica globale dagli anni Trenta.

Stretti tra il vincolo monetario e quello delle politiche di bilancio, i governi non hanno alcun margine di manovra. Possono solo accettare la corsa al ribasso sui salari (ossia la svalutazione interna), che però – come si è visto in questi ultimi anni – ha l’effetto di far crollare la domanda interna, e quindi di ridurre, prima, e distruggere, poi, capacità produttiva, a evidente beneficio di produttori localizzati in altri paesi. La verità è che “di fatto, l’austerità fiscale ha collocato l’economia europea su un equilibrio di sottoccupazione” (Rapporto CER 4/2013, p. 7).

Se i vincoli di bilancio dal 2011 in poi si sono fatti più severi e stringenti, anche il vincolo monetario si fa sempre più soffocante, a dispetto dei bassi tassi d’interesse BCE. Per 3 motivi: 1) perché l’euro è sopravvalutato sul dollaro, 2) perché allo stesso annuncio dell’OMT da parte di Draghi, dopo la sentenza di Karlsruhe, sarà molto difficile dare seguito concreto in caso di necessità (ne ha scritto molto bene Gianluigi Nocella: http://re-vision.info/2014/02/in-attesa-di-condanna/ ); 3) infine, perché sul nostro paese incombe la deflazione; la quale, a differenza dell’inflazione, aumenta il valore reale del debito in essere e ne può rendere insostenibile il peso anche in tempi molto brevi.

Per questi motivi lo stesso assottigliarsi dello spread Bund/Btp non deve ingannare: esso infatti è il prodotto della politica di quantitative easing della Fed da un lato, dei flussi di capitale in uscita dai fondi obbligazionari specializzati in emerging markets dall’altro. Si tratta in entrambi i casi di dinamiche che potrebbero facilmente e rapidamente mutare di segno.

Anche perché non si è affatto invertito il processo di balcanizzazione finanziaria in Europaossia la risegmentazione dei mercati finanziari e il loro ridisegnarsi secondo linee coincidenti con i confini nazionali. Si tratta del pericolo numero uno per l’euro, assieme alla crescente divergenza tra le economie dell’eurozona. Un processo caratterizzato dal rimpatrio dei crediti effettuati dalle banche tedesche e francesi nei confronti degli altri paesi dell’eurozona, e conseguentemente dall’aumento della quota di titoli pubblici di questi paesi in mano alle banche domestiche. Nel caso delle banche tedesche, le esposizioni nei confronti dei Paesi periferici dell’eurozona è passata in pochi anni da esposizioni per 520 miliardi di euro verso i Paesi periferici dell’eurozona a esposizioni pari a 214 miliardi (dato di novembre 2013).

La ratio dell’Unione Bancaria, la vera posta in gioco con la sua costruzione, consiste nella possibilità di invertire questo processo. Ma purtroppo, per i difetti della sua attuale configurazione (ritagliata sulle esigenze delle banche tedesche e sulla necessità di proteggerne il maggior numero possibile dall’esame della BCE), non sembra in grado né di ridurre entro termini ragionevoli il rischio sistemico, né di costituire una diga efficace alla balcanizzazione finanziaria. Con quello che ne consegue anche per quanto riguarda le prospettive di sostenibilità del nostro debito pubblico.

Più in generale, C.M. Reinhart e K.S. Rogoff ritengono che in base all’esperienza storica l’ottimismo dei governanti europei circa la possibilità di uscire dal debito “per mezzo di un mix di austerity, forbearance e crescita” sia ingiustificato. E che, al contrario, “il finale di partita della crisi finanziaria globale probabilmente richiederà una qualche combinazione di repressione finanziaria (una tassa occulta sui risparmiatori), vera e propria ristrutturazione del debito pubblico e privato, conversioni, inflazione molto più elevata, e misure varie di controllo dei capitali” (C.M. Reinhart e K.S. Rogoff, Financial and Sovereign Debt Crises: Some Lessons Learned and Those Forgotten, IMF Working Paper, dicembre 2013, pp. 3-4).

Se riflettiamo su queste parole, possiamo intendere come molti dibattiti italiani su questi temi siano fuori centro e fuori tempo.
Si invoca lo spettro dell’inflazione (che riduce il valore reale del debito) quando invece siamo prossimi alla deflazione (che lo aumenta). Oppure si invoca lo spettro della svalutazione della moneta quando, semmai, il vero problema oggi è la svalutazione interna: perché stiamo già svalutando, e pesantemente, i salari (la qual cosa, sia detto di passaggio, è precisamente quello che ci viene chiesto quando si parla di “riforme strutturali”).
L’errore, qui, è quello di pensare con le categorie e con le priorità degli anni Settanta e Ottanta in uno scenario completamente cambiato, i cui elementi di pericolo sono completamente differenti.
Rigidità delle politiche di bilancio e rigidità del cambio sono difficilmente sostenibili di per sé. Ma soprattutto sono insostenibili contemporaneamente. La conseguenza è molto semplice: o salterà l’una, o salterà l’altra.

O sapremo conquistarci maggiori margini di manovra effettivi sui conti pubblici, e al tempo stesso imporre anche alla Germania la politica espansiva in termini di domanda interna che sinora si è rifiutata di attuare(senza la quale ogni espansione della nostra domanda interna riproporrebbe una situazione di squilibrio della bilancia commerciale), o procederemo verso l’implosione dell’eurozona. Ma, prima ancora, verso la distruzione della nostra capacità produttiva e della nostra economia.

L’unico modo per conquistare quei margini di manovra è porre radicalmente in discussione gli ultimi Trattati e accordi europei: quelli dal marzo 2011, ossia dal Trattato Europlus in poi. Altrimenti, non resta altra strada che l’abbandono della moneta unica. Non ci sono altre vie: in particolare, non sarebbe praticabile né utile la strada di un approfondimento del processo di integrazione europeo anche da un punto di vista politico. Infatti, se non si intervieneprima sull’impianto neoliberistico/mercantilistico che impronta di sé i Trattati dall’Atto Unico Europeo dal 1986 in poi – e che fa sì che la competizione tra paesi in Europa sia necessariamente tutta giocata sulla concorrenza al ribasso sulla protezione del lavoro e sulla fiscalità per le imprese – ogni ulteriore passo avanti verso l’integrazione politica rischierà inevitabilmente di rappresentare la blindatura istituzionale, tendenzialmente autoritaria, di un assetto sociale ingiusto e insostenibile.

Una citazione per finire:

Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna.” 

Sono parole tratte dal discorso parlamentare con il quale Luigi Spaventa motivò il voto contrario del PCI all’ipotesi di adesione dell’Italia allo SME. Era il 12 dicembre 1978. Il rischio che Spaventa lucidamente aveva individuato si è concretizzato: le sue parole, purtroppo, descrivono alla perfezione la situazione attuale dell’Europa.


È questa la catastrofe in cui già siamo e da cui dobbiamo uscire. Prima che sia troppo tardi.

lunedì 23 giugno 2014

Brevi e intense domande

Brevi e intense domande:

- Sarà l'imminente nuova crisi finanziaria, di probabile matrice USA, a buttarci nel baratro?

oppure

- Sarà la follia ordoliberista del PUD€ a stenderci prima?


L'azione combinata ma non organizzata dei due fattori, se sincrona, sarebbe devastante.

Cercheremo di ragionarci su.


Brutte nuove all'orizzonte..........

giovedì 19 giugno 2014

Renzi e il debito/Pil

Pubblico un sintetico ed esplicativo post di Paolo Cardenà dal blog Vincitori e Vinti.


Le previsioni sul debito sono già saltate in aria



La settimana scorsa  Bakitalia ha comunicato che il debito pubblico, nel mese di aprile, è salito al livello record di 2146 miliardi. Già un paio di mesi fa, con un post sul tema, avevamo  avvertito che le previsioni sulla dinamica del debito in rapporto al PIL contenute nel DEF 2014 sarebbero state presto smentite.

Ed ecco compiersi la previsione, peraltro assai facile da intuire.
Sfogliando le pagine del DEF 2014 ci si accorge che il governo prevede che il rapporto Debito/Pil, a fine 2014, si attesti al 134,9% come riscontrabile dall'immagine che segue, tratta dallo stesso DEF:




Volendo fare qualche conto spicciolo, considerando che il Pil nominale, alla fine del 2013, era di circa 1560 miliardi di euro e, tenuto conto che, per il  primo trimestre del 2014, l'Istat ha certificato una flessione dello 0.1%, considerando anche il basso livello di inflazione (circa lo 0.5%), potremmo concludere che, ad essere ottimisti (ma proprio ottimisti), il PIL a fine aprile potrebbe essersi attestato  a circa 1563 miliardi di euro, che si confronta con il debito salito a 2146 miliardi, con previsioni ancora in crescita. Rapportando i dati, concludiamo che a fine aprile il rapporto debito/PIL è stato di circa 137.30%, ossia quasi tre punti in più rispetto a quanto previsto dal governo per fine 2014.

In termini assoluti, va segnalato che il debito pubblico, nei primi 4 mesi del 2014, è aumentato di oltre 78 miliardi di euro, che corrispondono allo stesso incremento che si è verificato in tutto il 2013.

Riprendendo un grafico che avevamo proposto in un precedente articolo, dove si evidenziavano gli errori dei vari governi nella stima della dinamica del rapporto debito/PIL,  si osserva che il governo Renzi (linea rossa continua), a consuntivo, sta facendo addirittura peggio dei suoi predecessori.




(n.d.r. i conti non li ha sbagliati Renzi, li hanno sbagliati gli italiani........)

martedì 17 giugno 2014

Emergenza immigrazione: la proposta di Francesca Donato

Pubblico un post di Francesca Donato sull'emergenza immigrazione, una proposta di soluzione del problema che nell'analisi evidenzia ancora una volta come la UE sfavorisca scientemente alcuni Stati a favore di altri, quelli del nord .........
Sconcertante l'assordante e inattivo silenzio della Presidenza del Consiglio italiano sul tema.


EMERGENZA IMMIGRAZIONE: LA MIA PROPOSTA
di Francesca Donato *
I dati sull’immigrazione clandestina in Italia, specie dai Paesi del nordafrica tramite gli sbarchi o – meglio – i recuperi di immigrati a bordo di bagnarole stracolme, da parte delle navi della nostra Marina Militare sono a dir poco impressionanti.
Secondo Gil Arias Fernandes, vicedirettore di Frontex, l’agenzia europea che si occupa del pattugliamento delle frontiere della Ue, nei primi 4 mesi del 2014 c’è stato un aumento del 823% di arrivi di migranti verso l’Italia rispetto allo stesso periodo del 2013. Da gennaio ad aprile 2014 si sono registrati 25650 arrivi in Sicilia e 660 in Puglia e Calabria. Il rappresentante di Frontex aveva anche avvertito che i flussi sono destinati a crescere, con l’avvicinarsi dell’estate.  “Sappiamo anche – ha aggiunto – che ci sono numerosi migranti sulle coste libiche che stanno cercando possibilità per partire”.
Ed infatti, proprio nelle ultime settimane, sono arrivati in Italia ondate ininterrotte di migranti, al ritmo di un migliaio circa al giorno.
Di fronte a questi numeri, lascia sbigottiti la totale assenza di iniziative concrete, o quantomeno di un’analisi lucida del problema seguita da un progetto ragionato di soluzione della questione, da parte del governo in carica.
I centri di accoglienza, specie in Sicilia e Calabria, sono al tracollo, e le iniziative annunciate dal Viminale – di trasferire i migranti in Comuni del nord più capienti – trovano già ferme resistenze nei sindaci che li amministrano.
Nonostante il peso dell’emergenza immigrazione sia ormai divenuto insostenibile per la lacunosa macchina organizzativa dell’accoglienza, e i Comuni italiani interessati abbiano più volte lanciato un segnale d’allarme, nessun segnale di recepimento arriva dalla Presidenza del Consiglio o da alcuno dei Ministeri preposti alla gestione delle criticità.
Nei dibattiti politici televisivi si palleggiano le responsabilità fra i vari rappresentanti dei partiti, con la solita contrapposizione fra “buonisti” che vorrebbero accogliere tutti in nome dei principi dell’accoglienza e del multiculturalismo, e “xenofobi”, ovvero coloro che lo stop all’ingresso dei migranti tramite il respingimento degli scafi in arrivo ed il rimpatrio dei clandestini già presenti sul nostro territorio.
Nell’analisi delle due posizioni, vanno valutati due aspetti: quello dell’equità, ovvero della tutela degli interessi contrapposti di cittadini e migranti, e quello della percorribilità concreta delle soluzioni proposte.
In ordine al primo aspetto, risulta ad avviso della sottoscritta inconfutabile la necessità di pervenire ad una soluzione idonea a tutelare in eguale misura sia – da un lato – i legittimi interessi e diritti dei cittadini italiani, i quali non devono subire pregiudizi o veder diminuire le poche risorse economiche a disposizione degli enti locali ad essi destinate, a seguito di spese impreviste per la gestione e l’assistenza ai migranti di cui gli stessi devono farsi carico, sia – dall’altro lato – i diritti umani dei richiedenti asilo o di coloro che semplicemente emigrano da Paesi più poveri del nostro, in cerca di un lavoro e di un futuro possibile per le proprie famiglie.
Si tratta certamente di una questione molto complessa e delicata, visti gli importanti risvolti giuridici ed etici e le possibili (anzi già visibili) ricadute sulla popolazione in termini di ordine pubblico e atteggiamento mentale ed ideologico verso lo “straniero invasore”.
In altre parole, la perdurante inerzia, o il persistere in politiche dell’emergenza sbagliate ed insostenibili, portano inevitabilmente e prevedibilmente alla crescita di sentimenti xenofobi ed a recrudescenze del razzismo fra la cittadinanza.
Tutto il quadro si presenta estremamente grave, pertanto ritengo sia urgente sollevare un dibattito serio e costruttivo per trovare al più presto delle soluzioni efficaci ed immediatamente adottabili per affrontare l’emergenza e trovare una “via d’uscita” dal problema.
Per prima cosa, è necessario prendere atto che l’operazione “mare nostrum” è un fallimento totale sotto vari profili, anzi ha notevolmente aggravato la situazione, in quanto ha comportato un ulteriore aggravio dei costi gravanti sul nostro bilancio pubblico già schiacciato dai vincoli di spesa, a causa dell’incremento del numero dei clandestini sbarcati sulle nostre coste, con un conseguente aumento anche dei costi organizzativi per la gestione di migliaia di persone bisognose di assistenza, dimora, cure, e via dicendo.
L’intento perseguito era quello di ridurre il numero delle vittime del mare, andando in soccorso dei migranti stipati sui barconi in arrivo dalle coste libiche il prima possibile, fino a spingersi oltre il confine delle acque territoriali per prevenire possibili naufragi.
Il risultato però è stato quello di incentivare l’attività degli scafisti, che utilizzano per le loro trasferte imbarcazioni sempre meno sicure e sempre più stipate di esseri umani, spesso solo minori, proprio per la certezza che dopo poche miglia di tragitto arriveranno le nostre navi ad imbarcare i passeggeri per condurli in sicurezza fino ai nostri porti.
D’altronde, un’alternativa alla scelta di salvare le vite di persone che rischiano il naufragio non c’è, a meno di non voler proporre di lasciarle annegare. E nemmeno è possibile “blindare le frontiere”, come dicono alcuni: non si possono costruire muri in mezzo al mare, né pattugliare le coste dei Paesi stranieri senza accordi con i rispettivi governi (che oggi non sono possibili vista la mancanza di interlocutori istituzionali, specie in Libia), né tantomeno riportare i naufraghi appena raccolti sulle rive da cui sono partiti, a causa del divieto per le navi militari di invadere le acque territoriali altrui.
Per ottenere l’accoglienza in base alle norme sull’asilo politico, tutti i migranti si disfano dei documenti prima di imbarcarsi sulle bagnarole e, all’arrivo, si dichiarano profughi scappati da Paesi in guerra, anche se in realtà provengono da nazioni diverse e sono soltanto in cerca di lavoro.
Le norme vigenti in Italia e nella UE, prevedono l’obbligo di concedere asilo ai rifugiati, i quali però, in base alla Convenzione di Dublino, non possono lasciare il Paese che li ha accolti. Quindi gli stessi sono costretti, se hanno diritto all’asilo, a restare in Italia, e non possono raggiungere eventuali parenti residenti in altri Paesi europei, in nessun caso. Questo è un primo aspetto giuridico, dovuto ai Trattati UE, che scarica di fatto sull’Italia i maggiori costi ed oneri relativi all’accoglienza dei richiedenti asilo.
Ma per distinguere fra coloro che effettivamente hanno diritto all’asilo politico da tutti quelli che invece mentono sulla propria provenienza e quindi – in base alle norme vigenti – andrebbero rimpatriati nei Paesi d’origine, è necessario procedere all’identificazione di tutti i migranti che scendono dalle navi. A tale scopo sono stati istituiti i famigerati CIE (centri di identificazione ed espulsione), dislocati nelle aree in prossimità delle zone di sbarco, nei quali vengono trattenuti (provvedendo comunque al sodisfacimento degli elementari bisogni) tutti coloro che arrivano come clandestini, ovvero centinaia di persone, ormai ogni giorno.
Tali centri, per evidenti ragioni organizzative e dimensionali, non riescono però ad assolvere al loro compito, perché il numero dei clandestini da assistere ed identificare è di gran lunga maggiore di quello corrispondente alle capacità dei centri stessi. Quindi si verificano in alternativa le seguenti situazioni: o i clandestini scappano, con la “complicità” dei responsabili dei CIE, che li lasciano scappare visto che non possono gestirli dato il sovrannumero, oppure rimangono bloccati nei centri per mesi e mesi, in condizioni simili a quelle della detenzione carceraria, senza aver commesso alcun reato né sapere quando potranno uscirne, né quale destinazione li aspetti.
Proprio tali situazioni hanno dato origine alle sanzioni UE per l’inadeguatezza delle nostre strutture di accoglienza dei migranti.
Quando infine si perviene all’identificazione di queste persone, soltanto i clandestini non aventi diritto all’asilo potranno e dovranno essere rimpatriati nei Paesi d’origine, con  mezzi idonei (prevalentemente voli ad hoc), quindi con ingenti costi e tempi non rapidi.
Risulta abbastanza chiaro, quindi, come la maggior parte di coloro che sbarcano sulle nostre coste sfuggano al meccanismo del respingimento o del rimpatrio, riversandosi sul nostro territorio in maniera per lo più disordinata, dando origine a una massa di individui senza lavoro e privi di mezzi di sostentamento, dei quali una parte, gli aventi diritto all’asilo, trovano accoglienza – a spese del nostro bilancio pubblico – in strutture apposite o adibite allo scopo (inclusi alberghi e motel); gli altri vagano in cerca di un modo per sopravvivere, finendo per essere reclutati da organizzazioni criminali, o assunti in nero ed a condizioni di lavoro inique, o ancora a chiedere l’elemosina o vivere di espedienti anche illeciti.
Di fronte a tale imponente afflusso di individui allo sbando, è assolutamente comprensibile che i cittadini residenti nei Comuni interessati si sentano minacciati nella propria sicurezza, tranquillità ed equilibrio demografico, sentendosi abbandonati dallo Stato e maturando un forte sentimento di insofferenza, diffidenza e financo avversione verso coloro che vengono percepiti come “invasori”.
La coabitazione con gli immigrati, clandestini o meno, diviene sempre più problematica e sempre meno gradita alla cittadinanza italiana, che rivendica il diritto all’integrità del proprio territorio e della propria identità culturale, che sente altresì minacciata.
Minimizzare tali problemi o trascurarne gli effetti, rinviando di continuo lo studio di una soluzione efficace, è un pessimo modo di gestire la situazione, di cui prima o poi tutto il Paese sconterà gli effetti.
Nello spirito di iniziare una riflessione che vada oltre gli schemi logici utilizzati sino ad oggi, e nella speranza che ciò possa essere in qualche modo utile, espongo ora quale potrebbe essere, a mio avviso, una soluzione percorribile.
Assodato che – per le ragioni sopra esposte – i respingimenti ed i rimpatri non sono nel concreto soluzioni praticabili per un Paese con le caratteristiche geografiche del nostro; dato l’enorme afflusso di immigrati in arrivo di continuo, e considerato altresì che l’Italia non è l’America (e quindi pensare di poter dare accoglienza e lavoro ad una tale mole di persone è utopico oltre che insostenibile), ritengo che la terza via debba essere quella del “corridoio”.
Mi spiego: l’Italia non può tenere la porta chiusa, ma nemmeno può accumulare al suo interno popolazioni di migranti senza limiti. Ma può invece permettere a tali popolazioni di attraversare il nostro Paese per raggiungere gli altri Paesi europei, in tempi rapidi, in sicurezza ed in condizioni di legalità.
Perché ciò sia possibile, è necessario eliminare il primo problema, ovvero quello dell’identificazione dei migranti. Ed il modo più semplice per identificarli è far sì che arrivino in Italia con i propri documenti, stabilendo la liceità dell’ingresso nel nostro Paese degli extracomunitari che giungano su mezzi regolari (traghetti o voli di linea) e provvisti di documenti.
In questo modo si consentirebbe a tutti coloro che oggi sono costretti ad imbarcarsi su scafi fatiscenti, pagando migliaia di euro e rischiano seriamente la vita, di prendere un semplice traghetto ed arrivare in un porto italiano in sicurezza. Si potrebbe anche richiedere un certificato medico di buona salute, per non dover subire controlli sanitari da parte di nostro personale medico. All’arrivo verrebbero controllati (con un sistema di controllo della persona e del bagaglio), identificati e registrati.
A questo punto dovrebbe essere assegnato loro un permesso di soggiorno temporaneo, di durata ipotizzabile in due mesi, durante i quali sarebbe agli stessi consentito di cercare lavoro, se lo desiderano, sul territorio italiano. Nel caso trovassero un lavoro, potrebbero e dovrebbero essere immediatamente assunti con un contratto regolare, grazie al quale otterrebbero il rilascio di permesso biennale (come quello oggi esistente). Altrimenti, scaduti i due mesi (quindi entro la scadenza o entro un breve termine di qualche giorno successivo), dovrebbero lasciare il territorio italiano, potendo a loro scelta decidere se tornare al loro Paese o recarsi in un altro Stato dell’Unione Europea.
Premessa indispensabile a tale costruzione è l’ottenimento del consenso, da parte dell’ UE, alla circolazione dei migranti provvisti di permesso temporaneo sul territorio dell’Unione, per un tempo complessivo non inferiore ai due mesi per ciascun Paese membro, oltre al consenso al rilascio di regolare permesso di soggiorno per coloro che, in tali spazi temporali, trovino lavoro. Soltanto alla fine di tale periodo di ricerca itinerante, in caso di insuccesso, i migranti dovrebbero lasciare l’Unione europea per non essere considerati clandestini.
Questa soluzione produrrebbe diversi vantaggi per l’Italia:
1) azzererebbe i rischi di naufragio dovuti all’utilizzo di imbarcazioni inadeguate;
2) cancellerebbe il business degli scafisti (o lo ridurrebbe al trasporto di individui che non vogliono venire con i documenti per nascondere precedenti penali o altre situazioni, i quali potrebbero essere facilmente gestiti, vista l’esiguità numerica, tramite l’immediato arresto per il reato – reintrodotto in tali termini – di immigrazione clandestina);
3) eliminerebbe i costi economici ed organizzativi dell’identificazione ed espulsione (si potrebbero sopprimere i CIE);
4) ridurrebbe la quantità degli immigrati assunti in nero;
5) consentirebbe ai minori, che oggi vengono mandati qui da soli sui barconi, di venire accompagnati dai genitori, esentando il nostro Paese dall’obbligo di accudirli in tutto e per tutto e dai relativi costi;
6) consentirebbe infine agli stessi immigrati di recarsi anche immediatamente, se lo desiderano, e legalmente, verso i Paesi del Nord Europa verso i quali sono realmente diretti. La maggior parte di essi, probabilmente, resterebbe sul nostro territorio solo per pochi giorni, utilizzandolo come “corridoio” per dirigersi verso Germania, Svezia, Norvegia, o altri Paesi in cui le possibilità di trovare lavoro sono molto maggiori che da noi.
È chiaro, a questo punto, che il nodo difficile da sciogliere sarebbe proprio quello di ottenere dall’UE l’accettazione di tale schema, quindi il riconoscimento della validità dei nostri permessi temporanei ai fini suddetti.
Questo incontrerebbe certamente delle resistenze da parte dei Paesi del Nord, certamente poco entusiasti di dover accettare a loro volta l’ingresso dei migranti africani nel loro territorio.
Ma in verità, questo sarebbe l’aiuto più importante (e a costi minimi) di cui abbiamo bisogno e che l’UE dovrebbe accordarci.
L’impostazione seguita finora dall’Unione Europea, in base alla quale la stessa ci mette a disposizione i fondi per l’immigrazione, cui noi possiamo accedere attraverso adeguati progetti di intervento, ha prodotto soltanto dispersione delle risorse che siamo riusciti a sbloccare, ed alla perdita delle altre.
Nessun aiuto concreto invece ci è arrivato dall’UE, in termini di organizzazione, controllo costiero, politica estera per raggiungere accordi internazionali, o elaborazione di strategie alternative.
Invece noi Italiani, come cittadini dell’Unione europea, abbiamo tutto il diritto di ottenere dall’Unione l’aiuto che realmente ci serve, cui corrisponde il dovere degli organi UE di ascoltarci e venire incontro alle nostre richieste.
La soluzione della spinosa questione dei migranti deve essere quindi affrontata a livello europeo, non potendo restare demandata unicamente ad un Paese in difficoltà come l’Italia.
Se l’UE non dovesse accogliere le nostre richieste, sarebbe una grave dimostrazione di indifferenza e chiusura, che difficilmente potrebbe essere spiegata politicamente.
Nel caso si verificasse tale evenienza, di fronte ad un ingiustificabile rifiuto dell’Unione, non ci resterebbe che affrontare il “braccio di ferro”, non più con i disperati in fuga da guerre o miseria, ma con governanti europei sordi ad istanze legittime di solidarietà e collaborazione.
Potremmo dunque aggirare il problema rilasciando a tutti gli immigrati che sbarcano nel nostro territorio il permesso di soggiorno regolare, come se già avessero un lavoro in Italia. Con questo permesso, nessun Paese UE potrebbe respingerli o limitarne la circolazione senza violare i Trattati, a meno di provare che i singoli permessi fossero invalidi. E la prova di tale circostanza sarebbe tanto ardua quanto l’opera di identificazione che oggi incombe sull’Italia.
A quel punto, certamente, i governi dei Paesi del nord Europa comincerebbero a capire che si tratta di un problema non solo italiano, ed a cercare davvero una soluzione condivisa ed unitaria per risolverlo.
Speriamo dunque che, tra una riforma strutturale e l’altra, il nostro infaticabile Presidente del Consiglio trovi il tempo per esaminare questa proposta o altre, purché ragionate, che dovessero pervenirgli, ed intraprenda le iniziative necessarie per risolvere il problema.

Francesca Donato: Avvocato, nata ad Ancona il 25.08.1969; residente a Palermo dal 1999. Esercita la professione forense prima a Padova e poi a Palermo, dal 2003, si specializza nel diritto civile e in particolare nell'assistenza e consulenza aziendale. Dal 2011 inizia a studiare privatamente materie economiche e nel luglio 2013 costituisce a Palermo l'Associazione "Progetto Eurexit", per divulgare un'informazione indipendente e completa sui temi dell'Europa e dell'Eurozona, assumendone la carica di presidente. 

lunedì 16 giugno 2014

Analisi filosofico-politica del Movimento 5 Stelle di Diego Fusaro

Pubblico un recente video del giovane filosofo Diego Fusaro che ci espone il suo punto vista, filosofico-politico, sul Movimento 5 stelle.
Personalmente non condivido l'intero contenuto ma è pur sempre un ottimo spunto di riflessione per tutti.
Buona visione.



giovedì 12 giugno 2014

De corruptione 2

Grazie al sempre eccellente Goofynomics (Alberto Bagnai) pubblico un suo post che, con la consueta e amara ironia, fa' un'analisi quantitativa della relazione tra debito pubblico e corruzione.
È l'ideale completamento del mio precedente post sulla corruzione pubblicato su questo blog.





All'ultimo direttivo di asimmetrie il tesoriere, che è un vero tesoro, ragionando sui danni che certa comunicazione ha fatto all'Italia, evidenziava quanto sia perniciosa e trasversalmente radicata la corrente dei "giustizialisti", quella incarnata dal Fascio Quotidiano e da tutti i giornalisti che si richiamano alla nobile sQuola montanelliana, secondo la quale il problema dell'Italia è il debito pubblico causato dalla corruzione. Il succo di questo argomento populista è quello che ho evidenziato nel mio ultimo lavoro: dimostrare agli italiani che quanto gli sta succedendo è colpa loro, perché il debito pubblico è stato fatto da governi che in definitiva da loro sono stati eletti. La linea dei Montanelli e dei Padoa Schioppa è quella di Mussolini: governare gli italiani è inutile, gli italiani non meritano la democrazia, hanno bisogno di un manganello (interno o esterno non fa molta differenza). L'argomento ha un forte appeal presso gli sprovveduti, e infatti è stato fatto proprio da tutti i politici che a questi intendevano rivolgersi, cioè da tutti i politici, Monti e Grillo in primis.


Ma il populismo è evidente: questo ragionamento, non fondato su alcuna evidenza, parla esclusivamente alla pancia, trae spropositato alimento dall'invidia sociale dell'italiano medio, sapientemente indirizzata verso una non meglio identificata "casta", la cui immagine, tipico false flag, viene costruita in modo scientifico dai veri oligarchi per sviare l'attenzione dalle reali dinamiche della crisi. Vediamo così i vari giornalisti "montanelliani" snocciolare sulle colonne degli organi di informazione una serie di aneddoti fatti per colpire l'immaginazione dei poveracci, di quelli che stentano ad arrivare alla fine del mese: storie di lusso sardanapalesco, di impiego distorto di soldi pubblici, ecc. Tutte cose da combattere (a mio avviso anche con metodi estremamente radicali, ma non voglio entrare nel merito), non vale nemmeno la pena di ribadirlo (e vi ricordo che io le tasse le pago per definizione, perché sono dipendente pubblico). Rimane il fatto che tutti questi coloriti aneddoti, messi in fila, contano per uno zero virgola del Pil italiano. Intanto, mentre l'italiano medio si incazza e bercia "tutti a casa!", su incitazione del noto guitto o dell'algido governante "credibile" di turno, gli oligarchi, protetti dai loro fumogeni "montanelliani", regalano 50 miliardi alle banche tedesche via ESM, e nessuno alza una paglia.



Chiaro, no?



Divide et impera è sempre una bella ricetta, e nel mondo della finanza globalizzata (cioè nel mondo, da sempre) la guerra fra i cittadini e lo Stato è una guerra fra poveri che chi detiene il vero potere alimenta a proprio beneficio.



Ora, noi sappiamo bene che le cose non stanno così e lo abbiamo ripetuto migliaia di volte: basta leggersi il noto discorso di Vitor Constancio per capire che il debito pubblico non era il problema (anche se sta diventando un problema, perché salvare le banche costa). Al di là della spiegazione razionale di cosa sia stata la crisi dell'Eurozona (un colossale fallimento della finanza privata favorito da una indiscriminata liberalizzazione dei movimenti di capitale: e lo dice, lo ripeto, la Bce!), può essere interessante allargare l'orizzonte e chiedersi: esiste nel mondo una qualche relazione significativa fra corruzione e livello dell'indebitamento pubblico?



La risposta, ovviamente (per chi ha un minimo studiato questo blog, ma anche per chi abbia in vita sua letto almeno un libro senza figure) è: no.


La legge di Travaglio
Per vedere come stiano le cose però prima devo spiegare, a chi non lo sapesse, come funziona uno scatter (in italiano: diagramma a dispersione). È un dispositivo grafico che permette di intuire se esiste una qualche forma di associazione statistica fra due variabili. Il principio è molto semplice: si rappresenta ognuna delle due variabili su un asse coordinato, in modo tale che a ogni punto del piano corrisponda una coppia di valori, e si vede se i punti così creati seguono o meno una certa logica (ad esempio, sono o meno allineati lungo una retta).


Detto così non si capisce, e infatti è come lo hanno spiegato a me (e non l'ho capito). Quindi vi sono vicino nel vostro dolore, e passo a un esempio.



Supponiamo che fra corruzione e debito ci sia una relazione diretta, come suggeriscono i libbberali de noantri, per cui a 50 di corruzione (comunque misurata) corrisponde 50 di rapporto debito pubblico/Pil, a 100 di corruzione 100 di rapporto debito/Pil, ecc.



Insomma: una cosa tipo questa:




Vedete? Questo è il mondo di Travaglio: il paese A ha 50 di corruzione quindi 50 di debito, e il paese C ha 150 di corruzione quindi 150 di debito. Facciamo un bel Mani pulite 2 (possibilmente senza chiederci perché Mani pulite 1 non abbia funzionato), e il problema sarà risolto (poi siamo noi quelli che semplificano i problemi, va da sé...).


Come appare il mondo di Travaglio in uno scatter? Ma in un modo estremamente semplice: a ogni paese corrisponde un punto, in questo modo:


Vedete? Su ogni asse misuriamo una variabile. Su quello orizzontale (le ascisse, se interessa), misuriamo la corruzione (ovviamente, trattandosi di argomento populista, abbiamo indicato la variabile con la corretta pronuncia). Su quello verticale (le ordinate) er debbbbbbbbbito (signora mia...). Al paese A, che ha 50 di corruzione (asse orizzontale) e 50 di debbbbito (asse verticale) corrisponde il punto A, che è situato in corrispondenza dell'ascissa 50 e dell'ordinata 50. Facendo lo stesso ragionamento, dovreste capire perché i punti B e C sono dove sono nello spazio coruzzzzzzione/debbbbito.


Come è bello il mondo di Travaglio! È un mondo estremamente nitido, lineare, nel quale una sola variabile (la corruzione, cioè il nostro essere - secondo lui - una razza inferiore) spiega tutto. È lineare anche dal punto di vista matematico: infatti, per i tre punti A, B e C passa esattamente una bella linea retta, in questo modo:


Vedete? Excel, che è gentile e servizievole, ci dà anche la formula della retta che passa per i punti in questione. È molto semplice: y = x, cioè debito = corruzione. È la nota legge di Travaglio. (sì, per i matematici sarebbe la bisettrice del primo e terzo quadrante, lo so, ma se esiste una legge di Benford, ne converrete, può esistere anche una legge di Travaglio, la quale, come tutte le vere e fondamentali leggi della natura, non può che esprimersi in forma concisa ed elegante: y = x: equazione di primo grado che ammette un'unica radice, direi un fittone, saldamente iscritto nelle terga di chi ci crede...).


Ma Excel fa anche di più: si spinge fino a dirci quanta parte del fenomeno "debito" è spiegato dalla variabile "corruzione". È quel numerino lì, indicato come R quadro, e uguale a 1. Significa che nel modello di Travaglio la corruzione spiega il 100% del debito. Naturalmente i semplicisti siamo noi, va da sé, e siamo anche populisti.



Faccio un passettino avanti, volete?



Worldwide governance indicators della Banca Mondiale riportano un indicatore di "controllo della corruzione" che è costruito aggregando varie fonti di dati (i dettagli li trovate sul sito) e esprimendoli sotto forma di indicatore normalizzato, quindi compreso nell'intervallo da -3 a +3. I paesi con un indicatore basso (vicino a -3) sono quelli che controllano peggio la corruzione, quelli con indicatore alto (verso +3) sono quelli che la controllano meglio. Insomma: più alto è l'indicatore, meno sei corrotto, perché meglio controlli la corruzione.



Se la corruzione la misuriamo così, come appare il mondo di Travaglio?



In questo modo:


Ho fatto l'ipotesi che il paese virtuoso (corruzione 50) abbia un controllo della corruzione pari a 1, quello "medio" (corruzione 100) un controllo pari a zero, quello "vizioso" (corruzione pari a 150) un controllo pari a -1. La relazione è sempre lineare, spiega sempre il 100% del fenomeno, ma la pendenza è negativa perché stiamo analizzando la relazione fra controllo della corruzione e debito (relazione inversa, se è diretta quella fra debito e corruzione), e non è più uguale a 1, come nella meravigliosa legge di Travaglio (y=x), ma a -50: ogni punto di controllo di corruzione in più toglie 50 punti di debito/Pil.


Sì, lo so: è meno bella da vedere: y = 100 -50x è meno elegante di y = x. Ma che volete, quando ci si sporcano le mani coi dati si perde immediatamente in nitore quello che si acquista (se lo si acquista) in rilevanza. È per questo che gli economisti "puri" ci guardano con malcelato (o benostentato) disprezzo...


Il mondo
Bene. Siamo giunti al secondo match della partita Travaglio (e Grillo, e Monti, e Renzi, e Vendola... ma a voi non fa strano che persone così diverse dicano tutte la stessa cosa?) vs. il mondo.


Vediamo nel mondo come stanno le cose, vediamo se il mondo si conforma alla legge di Travaglio. Per verificarlo, ho preso dai Worldwide Governance Indicators i dati riferiti all'indicatore di controllo della corruzione, e dal World Economic Outlook i dati riferiti al rapporto debito pubblico/Pil. In entrambi i casi ho preso l'indicatore riferito al 2007. Avrei potuto anche prendere una media, ma non avrebbe avuto particolare senso perché i due indicatori hanno un andamento fortemente inerziale (tranne in casi patologici, tipo l'esplosione del debito pubblico irlandese durante la crisi), per cui, di fatto, l'ultimo dato pre-crisi era abbastanza significativo della media del decennio precedente (va da sé che chi intenda approfondire questo aspetto mi fa un piacere, ma non credo troverà molto di significativamente diverso da quanto segue).



Rimossi i paesi per i quali mancava l'uno o l'altro dei due dati, sono rimasti 176 paesi dei quali mi pregio di fornirvi i codici ISO: ALB, DZA, AGO, ATG, ARG, ARM, AUS, AUT, AZE, BHS, BHR, BGD, BRB, BLR, BEL, BLZ, BEN, BTN, BOL, BIH, BWA, BRA, BRN, BGR, BFA, BDI, CPV, KHM, CMR, CAN, CAF, TCD, CHL, CHN, COL, COM, ZAR, COG, CRI, CIV, HRV, CYP, CZE, DNK, DJI, DMA, DOM, ECU, EGY, SLV, GNQ, ERI, EST, ETH, FJI, FIN, FRA, GAB, GMB, GEO, DEU, GHA, GRC, GRD, GTM, GIN, GNB, GUY, HTI, HND, HKG, HUN, ISL, IND, IDN, IRN, IRQ, IRL, ISR, ITA, JAM, JPN, JOR, KAZ, KEN, KOR, KWT, KGZ, LAO, LVA, LBN, LSO, LBR, LBY, LTU, LUX, MKD, MWI, MYS, MDV, MLI, MLT, MHL, MRT, MUS, MEX, FSM, MDA, MNE, MAR, MOZ, MMR, NAM, NPL, NLD, NZL, NIC, NER, NGA, NOR, OMN, PAK, PAN, PNG, PRY, PER, PHL, POL, PRT, QAT, RUS, RWA, STP, SAU, SEN, SRB, SYC, SLE, SGP, SVK, SVN, SLB, ZAF, ESP, KNA, LCA, VCT, SDN, SUR, SWZ, SWE, CHE, SYR, TWN, TJK, TZA, THA, TGO, TTO, TUN, TUR, TKM, TUV, UGA, UKR, ARE, GBR, USA, URY, UZB, VUT, VEN, VNM, YEM, ZMB, ZWE.



Si va dalla A di ALBania alla Z di ZimbabWE (clic...).



Bene. Lo scatter della relazione fra corruzione (più esattamente: controllo della corruzione) e debito nel mondo è questo qui:


Oooops!

Il mondo, evidentemente, è sbagliato: non si conforma alla legge di Travaglio...Non esiste, come vedete, alcuna particolare relazione fra corruzione e debito pubblico. La retta che interpola i punti corruzione-debito è piatta, e la corruzione spiega lo 0.1% della variazione cross country (cioè da un paese all'altro) del debito a livello mondiale. Abbiamo paesi estremamente corrotti, come la Guinea Equatoriale o il Turkmenistan, con un debito pubblico irrisorio, e abbiamo paesi dove la corruzione è tenuta molto sotto controllo, come il Canada o Singapore, dove il debito è sopra al 60% del Pil (per quel che conta questo numero assolutamente idiota). Non mancano nemmeno esempi del contrario, e il risultato è che la nuvola di punti è estremamente dispersa, non è allineata lungo alcuna retta (dovrebbe seguire una retta negativa), e la relazione sottostante non è statisticamente significativa.


Mondo-Travaglio: uno a zero.



Ma cos'è quel puntino in alto a sinistra delle ordinate, più o meno in corrispondenza del 500% del rapporto debito/Pil? Cos'è quel puntino che giace fuori dalla nuvola di punti, e che quindi gli statistici chiamerebbero un outlier? (uno che sta fuori, appunto...). Ve lo dico io: è la Liberia, che sta messa male a corruzione e malissimo a debito. Come gli uomini di mondo sanno, gli outlier rischiano di compromettere la regolarità statistica di un modello. Proviamo quindi a rimuovere la Liberia per vedere cosa cambia:


Risposta: niente. Se togliamo la Liberia la relazione diventa ancora meno significativa: la corruzione spiega solo lo 0.04% della variazione del debito pubblico fra i paesi ì a livello mondiale, il che significa che buona parte del pur ridicolo 0.1% del grafico precedente era dovuto all'influenza dell'unico paese che effettivamente si conforma alla legge di Travaglio: la Liberia (non vuole, evidentemente, essere un suggerimento a trasferire in quel luogo di delizie la propria attività professionale, va da sé, ma spero faccia piacere agli ideologi dell'y=x sapere in quale paese potrebbero avere la soddisfazione intellettuale di vedere il mondo conformarsi ai loro assiomi).


Mondo-Travaglio: 2 a zero. 



Ma, diranno i più scaltriti, la relazione potrebbe essere non lineare. Ad esempio, la relazione potrebbe essere rilevante per alti livelli di debito, ma non per bassi. E allora togliamo tutti i paesi con debito pubblico sotto al 60% del Pil e vediamo cosa cambia:


Ecco: nei casi estremi una qualche regolarità statistica si comincia a vedere. La nuvola è molto dispersa, ma la corruzione spiega ben il 4.9% della varianza del debito fra paesi altamente indebitati. Son soddisfazioni. Rimane da capire cosa spieghi il restante 95.1%, ma queste son quisquilie, pinzillacchere...


Nota per gli esperti: siccome i paesi che rimangono sono 48, la di Student della corruzione è 1.55, quindi la relazione non è significativa.



Mondo-Travaglio: 3 a zero. 



Ma uno potrebbe dire: "va bene, ma la non linearità dovresti accertarla rispetto all'esplicativa: vai a vedere cosa succede se consideri solo i paesi a forte corruzione, cioè a basso controllo della corruzione!". Succede questo:


cioè, ancora una volta, niente: una nuvola di punti dispersissima, dove la corruzione spiega solo il 2% della variazione del debito fra paesi, con una relazione ancora una volta statisticamente non significativa.


Mondo-Travaglio: 4 a zero.



E la morale della favola qual è?



Ce ne sono due.



La prima è che Travaglio è un ottimo attaccante ma un pessimo portiere.



La seconda è che chi non è un cretino (con tutto il rispetto per i cretini) avrebbe da tempo dovuto sentire un certo campanello d'allarme nel vedere movimenti pseudorivoluzionari e governanti espressione dell'establishment cantare la stessa canzoncina, la canzoncina dell'y=x. Già questo sarebbe bastato a far capire che era falsa, no? E così, soprattutto i rivoluzionari, i "tutti a casa", i "siete mortiiii", avrebbero dovuto capire che i morti erano loro, che il "tutti a casa" era uno strumento utilizzato per canalizzare il loro dissenso verso un falso obiettivo, cioè per ucciderli politicamente, per renderli incapaci di esprimere un cambiamento, e avrebbero dovuto incazzarsi un tantinello con chi gli rifilava questa minestra scotta populista.



Bene: ora avete anche visto i dati (cosa inutile, ma siccome so che vi serve a sentirvi intelligenti, vi son voluto venire incontro, pur mantenendo la mia visione della cultura intesa come quell'insieme di strumenti critici che consentono di esercitare con successo l'arte del pre-giudizio - e della pre-visione)!



A chi ha creduto al messaggio populista non serviranno a nulla: chi è così cretino da farsi prendere in giro in questo modo non può essere sufficientemente intelligente da leggere due dati in croce. 



Agli altri serviranno a capire da che parte sta il vero nemico. Siamo in guerra, ed è una guerra che, ahimè, non ammette (metaforicamente) prigionieri. Che le guerre possano essere "pulite" e fatte a fin di bene, del resto, ce lo dicono i telegiornali, no? Che poi sono gli stessi che ci dicono che il debito dipende da cosa? Ma dalla corruzione, naturalmente!