sabato 26 luglio 2014

REFERENDUM, RIFORME, DEMOCRAZIA COME METODO E DISSOLVIMENTO DELLA SOSTANZA by Orizzonte48

Pubblico un gran bel post di Orizzonte48:


Insomma, la risposta all'ostruzionismo immaginata in queste ore da Renzi sarebbe la sottoposizione del d.d.l. costituzionale a referendum (cioè in ogni caso, anche laddove le votazioni favorevoli raggiungessero il quorum dei 2/3)
Ovviamente nella certezza di vincerlo.
L'opposizione sarebbe stroncata sul suo stesso campo. E, a rigore, avrebbe ragione.
Ma questo non sanerebbe la situazione. Certo, l'operatività della riforma costituzionale, asseverata da referendum,  "supererebbe" la situazione: ma non è la stessa cosa. 
Una riforma costituzionale tesa a incidere sui meccanismi della forma di governo ma che, nella sostanza, trasforma la forma di Stato da Repubblica fondata sul lavoro e a sovranità nazionale, in Repubblica fondata sulla normativa €uropea - e quindi sulla stabilità dei prezzi, sulla valuta unica e sulla trasformazione perenne del mercato del lavoro in campo di azione correttiva per il mantenimento dei primi due "valori supremi"- esigerebbe ben altro che un referendum. 
Esigerebbe l'integrale ed inequivoca manifestazione dei suoi riflessi nei precisi termini ora esposti e la conseguente accettazione dei suddetti neo-valori supremi con la contemporanea espressa rinuncia ai valori fondamentali dell'attuale Costituzione, in base ad un consapevole momento di scelta di ciascun elettore. 
Sarebbe cioè realizzabile solo in base ad un processo Costituente che riscriva esplicitamente i principi fondamentali (quantomeno gli artt.1-12) della stessa Costituzione, adeguandoli a tali nuovi valori, in modo che non ci siano più ipocrisie e verità mediaticamente nascoste e i cittadini italiani non coltivassero più illusioni sulla titolarità nazionale, cioè del popolo italiano, della sovranità, abolita così anche nella forma.


Intendiamoci, il referendum concepito dal vertice dell'attuale governo potrebbe benissimo passare: basterebbe rammentare che i "nuovi valori", in questo contesto politico-mediatico così saldamente omogeneo, sarebbero nell'immediato ancora celati e, piuttosto, si tratterebbe di un referendum brutalmente proposto sugli antecedenti propagandistici di quegli stessi valori, cioè quelle parole d'ordine che li hanno resi finora accettabili nei loro effetti applicativi, e che li hanno dissimulati garantendo un diffuso consenso. 
Ci riferiamo agli slogan che identificano le riforme, - per quanto in modo irrazionale e non certo dimostrabile- con i seguenti obiettivi "contro":
- il debito pubblico (riflesso della spesa pubblica "brutta" e curabile, in tesi, col pareggio di bilancio, che solo le riforme consentirebbero di raggiungere senza resistenze della...casta).

Dunque, un referendum del genere potrebbe pure essere agevolmente vinto.
Ma qui ritorniamo al punto di partenza: basterebbe questo a sanare l'abrogazione dei principi fondamentali della Costituzione che, per giurisprudenza della Corte costituzionale, non possono essere oggetto di revisione, neanche cioè rispettando la procedura dell'art.138 Cost., in quanto incorporati nel caratterizzare la "forma repubblicana" che costituisce il limite invalicabile delle stesse lecite modifiche costituzionali?

Insomma, per dire, se la grancassa mediatica, - che appoggia istericamente, e senza più neppure badare alla minima attendibilità dei ragionamenti che in questi giorni svolge a sostegno della riforma "ad ogni costo"-,  riuscisse a condizionare l'esito del referendum, il M5S sarebbe realmente sconfitto
Non sarebbero piuttosto sconfitte la democrazia costituzionale e la sovranità democratica, avendosi cioè un risultato che, rispettando la stessa Costituzione, non sarebbe per definizione possibile, ovvero "lecito" (cioè conforme alla legalità suprema dell'ordinamento giuridico)?

Ebbene questa serie di interrogativi paradossali (ma non troppo), dovrebbe essere ben chiara alle opposizioni. 
Perchè dal saper rispondere correttamente dipende la stessa loro sopravvivenza come soggetti politici che possano in qualche modo svolgere ancora una funzione all'interno del quadro democratico che, in Italia, è bene rammentarlo, E' SOLO QUELLO GARANTITO DALL'ATTUALE COSTITUZIONE.
Finita la vigenza-effettività di questo quadro, nessun ostacolo verrebbe più frapposto a considerare le stesse opposizioni attuali come contrarie "al bene supremo dello Stato", qualunque esso sia, poichè, venuti meno i valori fondanti della democrazia necessitata del lavoro e dei diritti sociali, l'identificazione di ciò che è legittimo e lecito sarebbe compiuta solo sul piano ideologico dei valori divenuti prevalenti.

E questi "neo-valori", cioè la moneta unica, la stabilità dei prezzi, il lavoro-merce, la forte competizione (tra Stati, denominata "competitività" sui mercati, cioè mercantilismo), sono direttamente quelli imposti dall'Unione europea. Quindi da un super diritto che esplicitamente richiama la sua assoluta superiorità "tecnocratica", giustificando con ciò la immediata attuazione delle sue decisioni istituzionalizzate, al di fuori di qualsiasi discussione e vaglio dei parlamenti nazionali, assunti come appendici esitanti e inefficienti di una obsoleta e disfunzionale politica del "consenso".

Senonchè questa, in definitiva, è la logica irreversibile del referendum giocato sulle note dell'ordoliberismo, cioè del liberismo che progressivamente svuota le istituzioni democratiche fino a sostituirle , grazie ad una macchina mediatica inarrestabile, con gli slogan di cui sopra, autosufficienti e onnipossenti nel plasmare ogni possibile visione del mondo dei "governati" (dalla tecnocrazia).

Ma se questa è la logica, - ad esiti predeterminati dal presupposto ed innegabile controllo mediatico-, del referendum sulle riforme costituzionali, questa stessa logica, non potendosene negare l'attualità e la inesorabilità, si applica AD OGNI POSSIBILE REFERENDUM: il che naturalmente include anche quello, propositivo, consultivo e in qualunque altra forma sia possibile escogitare, sullo stesso euro.
Se il suo esito (non certo sorprendente) fosse di rinnovata accettazione da parte del corpo elettorale, chiedo agli amici del M5S, ciò sanerebbe la contrarietà della moneta unica ai principi fondamentali della Costituzione (artt. 1, 3, 4, 47 Cost. solo per citarne i principali)?
Se si è compreso cosa significhi nella sostanza dell'assetto socio-economico la valuta unica, la risposta non potrebbe essere che: NO, NO, MILLE VOLTE NO.

Il che dovrebbe rammentarci un'altra cosa, terribilmente importante: il referendum è un mero strumento, come lo stesso sistema elettorale. Svincolato dai valori inderogabili che tante lotte, morti e sofferenze costarono ai nostri padri (e nonni) per poter essere affermati in Costituzione,  indica precisamente il limite della DEMOCRAZIA COME METODO.

Vale a dire ciò che la tecnocrazia mediatizzata sovranazionale, ha capito benissimo essere un ben debole ostacolo alle proprie mire restauratrici dell'assetto capitalistico oligarchico, di cui la "costruzione europea" costituisce la cronistoria di una lunga marcia vincente. 
Fino ad oggi (per default della resistenza che poteva opporre la coscienza democratica).

Ma se questa riforma costituzionale sarà approvata, aprendo la via al monocameralismo a rappresentanza supermaggioritaria, quei principi così fondamentali da costituire l'ESSENZA DELLA DEMOCRAZIA SOSTANZIALE, non saranno più "immodificabili" e "tutto sarà possibile".
O meglio, già oggi "tutto è possibile": tutto, piuttosto, sarà "lecito", in nome dell'€uropa.

Il che dovrebbe portare a riflettere sul fatto che, invece di proporre referendum, bisognerebbe denunciare i trattati, portare alla Corte costituzionale, finchè sarà riconoscibile come l'organo di garanzia concepito nel 1948, la loro contrarietà ai principi fondamentali.
Insomma, questa vicenda dovrebbe aprire gli occhi, prima che sia troppo tardi, sul fatto che la cosmesi della democrazia come metodo, e quindi la fiducia nei referendum, è un autorete segnata nella porta della democrazia come forma vitale e preziosa della vita nazionale.
Se a questa ancora si attribuisce un qualche valore. 
E se ci si rende conto che contro lo strapotere mediatico e i suoi effetti devastanti sulla consapevolezza dei cittadini, orchestrati attentamente da decenni, non ci si può irresponsabilmente inoltrare sullo stesso terreno che ESSI hanno preparato e sul quale non potranno che prevalere.

In attesa di abolire anche la democrazia come metodo, che, a quel punto, non avrebbe neanche più ragione di esistere, dato che, accettati valori supremi che non hanno nulla a che vedere con la democrazia come modello socio-economico di armonizzazione pluriclasse, l'efficienza nel loro perseguimento sarebbe certamente meglio realizzabile con la (€uro)tecnocrazia apertamente teorizzata da Barroso.

giovedì 24 luglio 2014

Il moltiplicatore delle bugie di Renzi

La scuola keynesiana nasce negli anni trenta nel contesto della riflessione sulle cause della grande depressione.
Fino ad allora era dominante l’idea che l’offerta dei beni creasse da sé la propria domanda, tale idea era ed è conosciuta come “legge di Say”, considerata valida soprattutto dai liberisti della scuola austriaca neoclassica (Von Mises, Von Hayek, etc)
Keynes, in aperta polemica con la teoria allora (e tuttora) dominante secondo cui le cause della disoccupazione erano da individuarsi in un livello eccessivamente alto del salario reale, ritenne che le cause della depressione derivassero dalla carenza di domanda aggregata.
«In macroeconomia la domanda aggregata rappresenta la domanda di beni e servizi formulata da un sistema economico nel suo complesso, in un certo periodo temporale; come tale essa rappresenta la potenzialità di sfruttamento della capacità produttiva globale di un certo sistema economico.» (Wikipedia)
Secondo Keynes, l’economia si era avvolta in un circolo vizioso: la domanda aggregata era bassa perché era basso il livello del reddito; il reddito era basso perché i salari e l’occupazione erano bassi; salari e occupazione erano bassi perché era basso il livello della produzione; la produzione era bassa perché erano bassi i consumi e la domanda in generale.
Keynes propose, quindi, una soluzione che consisteva nell’interrompere tale circolo vizioso attraverso interventi volti ad aumentare la domanda aggregata, ad esempio aumentando la spesa pubblica o riducendo le tasse, cioè facendo ciò che gli esperti chiamano “politiche fiscali espansive”.
Keynes sviluppò la critica attraverso il principio della domanda effettiva. Secondo tale principio il livello di produzione (e quindi dell’occupazione) dipende dal livello della domanda aggregata.
Non è la domanda che si adegua all’offerta come sostenuto da Jean Baptiste Say, bensì l’offerta che si adegua alla domanda.
Secondo Keynes, inoltre, la principale variabile da cui dipende il livello di consumo (C) delle famiglie è il reddito corrente Y.

A questo punto ripropongo uno schema di questo fortunato post che schematizza il flusso del reddito:
Caratterizzato dalla seguente equazione che esprime il reddito di equilibrio (trascurando per semplicità RNE):
                                                            Y = C + I + G + X - M
Con una semplice trattazione matematica Keynes approdò alla definizione di una grandezza chiamata Moltiplicatore il quale esplicita il fatto che un aumento con causa esogena della domanda aggregata produce un aumento proporzionalmente maggiore nel reddito d’equilibrio.
Le equazioni seguenti tengono conto di alcune semplificazioni come l’ipotesi di trascurare il tasso reale di interesse e le sue variazioni assumendo che esso sia uguale a 1, e di trascurare il coefficiente di proporzionalità tra investimenti (I) e reddito (Y), una funzione crescente, che consideriamo inglobato nella propensione marginale al consumo.
Dove:
c è la propensione marginale al consumo data dal rapporto tra la variazione dei consumi e la variazione del reddito disponibile ∆C/∆Yd.
t è l’aliquota fiscale fissa, nella semplificazione che essa non viene modificata al variare del reddito nazionale, in altre parole si ipotizza un’imposta proporzionale e progressiva sul reddito che rimane fissa sia se l’economia è in recessione sia che è in espansione (es: flat tax).
m è la propensione marginale all’importazione data dal rapporto tra la variazione delle importazioni e la variazione del reddito complessivo ∆M/∆Y. In altre parole è la frazione di ogni unità addizionale di reddito che gli individui desiderano spendere per acquistare beni e servizi stranieri.
Le importazioni M sono una funzione del reddito nazionale (sono quindi una componente endogena), dei beni di consumo prodotti all’estero, e dei materiali utilizzati nella produzione dei beni fabbricati sul territorio nazionale, esse aumentano al crescere del reddito.
Siccome a noi interessa conoscere la prospettiva di variazione del reddito (PIL) di equilibrio in virtù dell’effetto del moltiplicatore, riscriviamo la formula tenendo conto delle variazioni:
(nota bene: il termine M relativo alle importazioni non compare più ma il suo effetto viene comunque tenuto in conto, correttamente, dal termine m a denominatore del moltiplicatore).
Facciamo ora una piccola analisi qualitativa della variazione del reddito nazionale (PIL) in funzione del moltiplicatore:
  • Il PIL tende a variare tanto più positivamente quanto cresce la propensione marginale al consumo, con un’aliquota fiscale bassa e una propensione marginale all’importazione bassa.
  • Al contrario Il PIL tende a variare tanto più negativamente quanto decresce la propensione marginale al consumo, con un’aliquota fiscale alta e una propensione marginale all’importazione alta.
  • La crescita della propensione marginale all’importazione riduce gli effetti del moltiplicatore a testimonianza che in una economia aperta (con import-export) esso è più basso rispetto a una economia chiusa (senza import-export).
E’ evidente che uno Stato può fare scelte di politica economica che possono variare tali grandezze in maniera diversa, per esempio a fronte di un riuscito rilancio dei consumi e, quindi, di una maggiore propensione marginale al consumo, il suo effetto benefico sul PIL può essere smorzato direttamente con un’imposizione fiscale maggiore o, indirettamente, con un aumento delle importazioni (soldi che se ne vanno fuori confine poiché una parte dell’incremento della domanda si rivolge all’estero traducendosi in un incremento delle importazioni).
Ora, da buoni praticoni, abbiamo uno strumento semplice tra le nostre mani che ci permette di fare nel nostro piccolo delle previsioni sull’evoluzione del PIL nel medio-breve periodo.
Precisiamo che calcolare il moltiplicatore è cosa difficile e impervia, pochi ci si avventurano, cosa certa è che esiste, nonostante i monetaristi…......
La difficoltà principale risiede nel fatto che tentiamo di calcolare un’entità dinamica con una relazione statica cioè, detto in altre parole, una possibile espansione di spesa pubblica G porta come conseguenza una variazione di C, I, X e M, cambiando inoltre, anche se in piccola parte, le propensioni marginali a moltiplicatore. Insomma, un cambiamento esogeno che porta in sé, nell’arco di un tempo ristretto, altri cambiamenti endogeni.
Ma noi siamo temerari e con semplici riflessioni proviamo a capire oggi quanto possa valere il moltiplicatore.
Empiricamente in Italia il valore della propensione marginale al consumo risulta oscillare negli anni tra 0,6 e 1,4. Con una propensione al risparmio attuale sotto al 10% (era al 26% ai tempi della £…sigh..) è ragionevole pensare a un suo valore pari a 0,9 (90% del reddito speso).
Assumiamo l’aliquota fiscale media per persone fisiche e imprese di circa il 45% del reddito (44,4% nel 2012).
La propensione marginale all’importazione si ipotizza a un valore prossimo allo 0,2, la frazione di 200€ ogni 1000€ addizionali di reddito che gli individui desiderano spendere per acquistare beni e servizi stranieri sembra essere ragionevole. Pensiamo a beni desiderati direttamente tipo i beni reali come le automobili o generi alimentari o attrezzature meccaniche, o beni “superflui” (sempre più rari) come le vacanze all’estero (equivalenti alle importazioni), o indirettamente come i beni strumentali come l’energia (da rete di fornitura, idrocarburi, etc.).
Risultato, abbiamo un moltiplicatore pari a 1,42 praticamente coincidente con il 1,4 di Sapir e non distante dal 1,5 ipotizzato a più riprese da Orizzonte48 qui e qui.
Ora, per innescare il meccanismo del moltiplicatore è evidente, guardando la formula, che bisognerebbe generare a livello di politica economica delle variazioni positive per qualcuna delle variabili presenti tra le parentesi del secondo termine.
La leva migliore che uno Stato ha è quella fiscale e cioè quella che permette di incrementare la spesa pubblica G e o ridurre, ove possibile, le tasse T generando così ripercussioni positive per un maggior reddito disponibile, maggiori risparmi e consumi, maggiori investimenti e, conseguentemente, maggiore occupazione.
È doveroso precisare che il moltiplicatore di una variazione positiva di spesa pubblica ∆G è maggiore di quello di una variazione negativa di tasse ∆T della stessa entità. In altre parole il moltiplicatore della spesa pubblica è sempre maggiore di una unità rispetto al moltiplicatore delle entrate per tassazione, nel caso particolare di ∆G=∆T cioè l'immissione di denaro è uguale al prelievo fiscale, la variazione del PIL ∆Y è positiva ed uguale a ∆G (Teorema di Haavelmo o del moltiplicatore in pareggio di bilancio).
Eventuali conseguenze con ripercussioni negative potrebbero manifestarsi con un aumento delle importazioni, dovute al maggiore reddito disponibile, che sbilancerebbe il saldo estero attenuando l’effetto del moltiplicatore.
Per limitare il presunto eccessivo incremento del reddito con conseguente rialzo del livello generale dei prezzi (inflazione) si potrebbe pensare a un variazione positiva dell’aliquota fiscale (alzare le tasse) al fine di beneficiare del trend positivo senza sforare in disequilibri.
Ma questo mondo “magico”, a noi italiani, sembra non appartenere più.
La politica economica ci viene dettata dalla UE sotto l’egida tedesca che ha tutto l’interesse ad affossare il principale antagonista manifatturiero europeo. I collaborazionisti del partito unico eseguono senza nascondersi più dietro la cosmesi, spogliando sempre più ogni giorno la democrazia violentandone la Costituzione.
La linea direttrice dei governi Monti-Letta-Renzi è sempre la stessa, soddisfare la volontà dei creditori teutonici.
Monti distrusse la domanda interna per ridurre il valore delle importazioni, riequilibrando il saldo estero ma comprimendo il mercato del lavoro e ottenendo lo splendido risultato di un aumento della disoccupazione e di circa dieci punti del rapporto debito/PIL. La ciliegina fu l'inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione e l'adesione al “fondo salva-Stati”.
Letta consolidò le politiche di Monti ma fu considerato troppo morbido dalle élite europee che pilotarono il passaggio di consegne a Renzi che oggi sta facendo di tutto per demolire definitivamente i diritti fondamentali della Costituzione (welfare, voto, bicameralismo) ma nulla può e vuole fare per risolvere i problemi macroeconomici.
Prendo a prestito l'analisi di Orizzonte48:
Nessuno può aspirare rimanendo nella moneta unica, a correggere i tassi di cambio reale senza aver ridotto l'importazione e quindi i consumi e la domanda interna. Nessuno. A pena di finire nel tritacarne, a potenziale ricorrente, dell'attacco al debito sovrano ed alla crescente erosione fiscale dell'onere degli interessi da corrispondere comunque a investitori in parte stranieri (aggravando ulteriormente la posizione netta sull'estero).
La correzione interna operata per non ri-espandere le importazioni implica inevitabilmente la contrazione prolungata dei consumi che sarà addirittura accentuata da misure come la riforma del mercato del lavoro (flessibilità in uscita) in fiscalità con "pareggio di bilancio" (quindi senza prospettive di nuovi investimenti e occupazione), che ad altro non mira che alla deflazione salariale reale e, in verità, anche nominale. Cioè ad una riduzione del reddito disponibile e quindi dei consumi e dell'intera domanda interna.
Ed infatti: la domanda pubblica 2014, dandosi concordemente atto di una correzione negativa dello 0,6 (peraltro reputata insufficiente dalla stessa Commissione e da Olli Rehn) inciderà sulla domanda-PIL per 0,9 punti, applicando un moltiplicatore fiscale (1,5) persino prudenziale, che la Commissione continua a ignorare.
Inoltre, la questione del cuneo fiscale, sempre dal punto di vista del moltiplicatore fiscale, non può per definizione apportare il beneficio ipotizzato sul reddito disponibile e quindi sul rilancio della domanda interna, esso verrebbe realizzato con equivalenti tagli della spesa pubblica, se non addirittura con imposizione patrimoniale straordinaria.
Rispetto ai tagli, lo sgravio contributivo, infatti, agisce incrementando la domanda esattamente in misura della metà della contrazione provocata dai tagli stessi. Come ha confermato lo stesso FMI (quando la recessione non era ancora a questi livelli di durata).
Quindi una fiscalizzazione degli oneri sociali "in pareggio di bilancio", (aggiuntiva), per 10 miliardi porta ad una contrazione del PIL esattamente equivalente: cioè a un -0,6, almeno.
Se accoppiamo questo -0,6 al -0,9 determinato dalla ultima manovra di stabilità ne avremmo un -1,5 di PIL. Sempre che si voglia finalmente prendere atto dell'esistenza del moltiplicatore fiscale, naturalmente.
Per compensare questa misura di domanda negativa occorrerebbe, almeno per non essere ancora in recessione, un attivo del CAB (saldo estero) almeno pari.
Ma abbiamo visto che la fiammata mercantilistica italiana sarebbe giunta al capolinea: e i rimedi offerti non paiono minimamente "idonei". Altro che rilancio della domanda interna, occorrerebbe altra deflazione salariale e probabilmente è questo che si vuole ottenere, agendo nominalmente sullo sgravio contributivo, ma su un numero di occupati in ulteriore diminuzione.
Solo che come già ipotizzava (coi suoi plurimi elementi "ipotetici") Bankitalia, l'attivo CAB dovrebbe quest'anno passare dallo 0,9 allo 0,2: ciò anche in considerazione del fatto che non solo la domanda estera dei BRICS è in calo essendo impegnati anche loro in una difficile, se non drammatica, correzione dei conti con l'estero contraendo la domanda.
...…..Il moltiplicatore non ci lascia scampo.
Anche nella presunta ibridazione tra mercantilismo e rilancio presunto della domanda interna - una specie di terza via tra PIGS e Germania che noi, al pari della Francia, non siamo realisticamente in grado di seguire, nel paradigma €uropeo attualmente incontestabile, la recessione derivante dalla linea dei "compiti a casa spontanei e per i nostri figli" dovrebbe finire a 1,3 punti.
Il che renderebbe drammatico e insostenibile l'aggiustamento a quel punto necessario per applicare il fiscal compact con la manovra di fine anno per il 2015.
E attenzione: non ho scontato gli effetti della propensione marginale al consumo della imposizione patrimoniale, straordinaria o a regime, che si vuole inasprire comunque.
In quel caso, a seconda del volume dall'inasprimento, le conseguenze sui consumi (ma anche sugli investimenti: col risparmio divenuto negativo e agli attuali costi del credito?) sarebbero ancora più negative.

Renzi per mesi ha dichiarato che non ci sarebbero state manovre correttive aggiuntive, ora nicchia, tentenna..........erano bugie.
Il PIL 2013 è stato di circa 1560 miliardi di €, una variazione (ottimistica) negativa di PIL del 1,5% genera un ammanco di circa 23 miliardi di €.
Stringiamo le chiappe al cuore, in autunno la manovra ci sarà e sarà di circa 25 miliardi di € di ulteriori tagli e o di imposizione patrimoniale straordinaria e o di prelievo forzoso dai conti correnti bancari.......
Verso una povertà dilagante.
Che Dio fulmini le élite UE, l'€, Renzi il collaborazionista, i suoi mandanti e la sua corte.


ADDENDUM del 13/08/2014
Guardate un po' che voci trapelano da qualche giorno........voi che avevate letto questo post, lo sapevate già, e se non ci avevate creduto, fatti vostri............il metodo analitico, nella sua disarmante semplicità, si è comunque rivelato ottimo!

venerdì 18 luglio 2014

Spesa Pubblica e Flat Tax

Un inattaccabile Claudio Borghi Aquilini spiega in termini semplici perché e come aumentare la spesa pubblica, segue la proposta di passare alla Flat Tax come nuovo regime di tassazione.
Buona visione.


giovedì 17 luglio 2014

Casta, cricca, corruzione ad usum italioti

Un altro fantastico post di Orizzonte48 che pubblico volentieri nella speranza che sia di stimolo alla migliore comprensione dei fenomeni politico-economici che quotidianamente ci pervadono e di cui si stenta a comprenderne il senso, facendone prevalere una loro semplificazione per una migliore fruibilità alla massa stravolgendone però, volontariamente ed efficacemente, i significati e i relativi nessi di causalità.
Si ripetono così strumentalmente concetti tipo casta, cricca, corruzione, non permettendone, per mezzo di una loro semplificazione "ad usum populi", una esaustiva individuazione dei veri attori, cause ed effetti.



BASTA-CASTA: IL "FALSO MOVIMENTO" DELLE OLIGARCHIE OCCULTATRICI DELLE CAUSE DELLA CRISI

Orizzonte48

Casta e bene comune, quando esploderà il popolo?

Se questa immagine e il relativo slogan non suscita in voi un senso di naturale repulsione, dovuto alla manipolazione in essi intrinseca, questo post non fa per voi (vorrebbe dire che l'idea della Casta ha per sempre saldato in voi l'inevitabile conclusione livorosa che il problema sia il "debitopubblico"...e la stessa Casta)

Gli Italiani ce l'hanno con la "casta".
Un'invenzione di Stella-Rizzo che è stata e rimane uno dei caposaldi culturali dell'ordoliberismo "pop". Cioè della gigantesca operazione di restaurazione del liberismo antidemocratico (come ci conferma Paolo Savona, con chiare recenti parole, alla presenza di Lordon), che fa della predicazione anti-Stato, - acclamata da coloro che ne risultano in concreto i soggetti negativamente colpiti-, il principale strumento di divulgazione di quella inversione dei rapporti causa-effetto della crisi che consente all'euro e all'Europa di proseguire imperterriti il massacro sociale, occupazionale e industriale di questo povero Paese. 

Questa è la funzione fondamentale della grancassa mediatica, che sorregge efficacemente, finora, il consenso autolesionista e autorazzista di cui godono i politici ordoliberisti.
Una sorta di contraddizione irrisolta, per cui gli stessi titolari delle posizioni più "evidenti" all'interno della casta stessa, si ritrovano legittimati a condurre la crociata contro di essa (!), ma naturalmente, senza alcuna preoccupazione di coerenza, "traslando" su altri protagonisti il marchio di infamia, preferibilmente i burocrati, intesi secondo un concetto atecnico, che coinvolge anche soggetti estranei alla pubblica amministrazione in senso tecnico-costituzionale. 

Cerchiamo di dare una definizione fenomenologica della castautilizzando un minimo di coerenza e adottando, nel far ciò, la forma mentis dei "professionisti dell'anti-casta" (come viene ben illustrato in questo post di cui consiglio la lettura).
Premessa 1: la "casta" ha a che fare con la spesa pubblica. Quindi può essere "casta" qualunque soggetto sia coinvolto, in base alla preposizione a qualsiasi - e sottolineo qualsiasi- pubblica funzione, cioè all'esercizio professionale odonorario o, nell'accezione diciamo "originaria", elettivo, di una qualunque attività svolta nel pubblico interesse;
Premessa 2: la denuncia della "casta" muove dal presupposto che la spesa pubblica sia invariabilmente un costo e non una componente fondamentale, positiva, del PIL. Essendo un costo, e anzi negandosi "a prescindere", qualsiasi considerazione degli effetti della spesa pubblica rispetto alla crescita del reddito nazionale, tagliare la spesa pubblica è sempre un vantaggio e condurrebbe allo "sgravio fiscale";
Premessa 3; non solo la spesa pubblica è un costo, ma essa, nell'immaginario ordo-livoroso (crasi che coglie matrice culturale e effetto manipolatorio indotto) è sempre legata, direttamente o indirettamente ad un illecito. Preferibilmente penale anche se spesso si contrabbanda come tale un (mero) illecito contabile, rilevato dalla Procura della Corte dei conti ...i cittadini non distinguono più bene e il livore parte schiumante! 
Conseguenze esemplificative di tale premessa: le pensioni? O sono "falsi invalidi" o sono-, invariabilmente, e specie se superano l'apposito tetto variabile del livore generazionale-, frutto di trasferimenti indebiti di ricchezza. Gli appalti? Sono tutti truccati e manovrati per gli "amici", anche se poi, gli stessi che formulano l'accusa considerano, chissà perchè, inammissibile che il giudice, competente per Costituzione proprio a verificare la regolarità legale di tali appalti, possa mutare l'esito di queste stesse gare (insomma, quando è il giudice penale a far saltare tutto, erano appalti aggiudicati agli amici della "casta", le varie "cricche"; quando è il giudice della fase di controllo "non patologico" della legalità, stranamente, il controllo stesso danneggia fantomatici "investitori esteri"...)

Valendoci di queste tre premesse, possiamo dare una definizione che si muova, appunto, all'interno della "ideologia" che ha formulato il concetto (ovviamente, neppure adottando questa sistematica "interna" si può pretendere che unadefinizione astratta sia stata già concepita a livello di "espertoni" mediatici: troppo rischioso, correndosi il rischio di lasciar fuori qualche fenomeno di spesa pubblica che si vorrebbe, all'occorrenza, stigmatizzare).

E dunque.
La casta è la serie di soggetti che si trovano a disporre o a fruire, in termini di erogazione di compensi di pubblico denaro, cioè a carico di ogni forma di bilancio pubblico, ovvero derivanti da regimi di diritto pubblico, di una posizione socio-economica immeritata...in quanto derivante dalla spesa pubblica.
E' una petizione di principio evidente? Cioè una definizione euristica incapace di giustificare e di dimostrare in qualsiasi modo quando tale compenso o regime pubblicistico sia realmente "immeritato"?
Non importa.
La distinzione tra meritevolezza e non, - tra corrispondenza ad una remunerazione economicamente e legittimamente giustificabile o meno-, non può e non "deve" essere fatta: si tratta, come abbiamo visto, di una diretta (ma non enunciata, ci mancherebbe) derivazione dal concetto Malthusiano di consumatore improduttivo

L'idea è che si tratti, sempre e in ogni caso, di "rendite" come tali sempre abolibili e sanzionabili, in nome di produttività e competitività, che albergherebbero solo nell'impresa privata, di cui si predica la superiorità etica incontestabile, persino di fronte al dato che la maggioranza relativa della "casta elettiva", - quindi il maggior stakeholder delle decisioni pubbliche censurate come "spesapubblicaimproduttiva"-, è composta da soggetti provenienti dalla governance dell'economia privata!
Ma rilevare questo dato, tutto sommato, essenziale, non rientra tra gli scopi mediatico-manipolatori del concetto di "casta":  il concetto serve a colpire solo certi tipi di spesa pubblica, evidentemente, e a instaurare un concetto di "politica" che si ferma solo a un ben preciso livello.
Cioè a colpire il livello della politica non funzionale alla doppia verità del liberismo: in altri termini, se il parlamentare o il ministro, cioè il decidente politico, fosse, per dire, un Briatore o un "cummenda", preferibilmente delocalizzatore degli impianti in precedenza situati in Italia, o, meglio ancora, un executive bancario, non è "casta"
Non si sa perchè, ma pur, secondo il caso, fruendo degli stessi compensi e prendendo le stesse decisioni, può e anzi deve considerarsi "legibus anti-castam solutus" e suo dovere è protestare contro lo Stato, il debito pubblico e la spesa pubblica improduttiva. E la casta stessa ("sono un manager e/o un imprenditore "prestato" alla politica, so tutto e capisco tutto, ma mi dovete lasciare carta bianca"). 

Dunque, la casta, la cui estirpazione è il principale scopo della intera categoria politica del "nuovo", va identificata con quella parte della classe politica (elettiva, ad ogni livello politico-amministrativo, ma non solo) o dei soggetti da essa nominati, che NON siano programmaticamente coinvolti e titolari del processo di privatizzazione degli interessi che dovrebbero, contro il dettato della Costituzione, guidare l'esercizio di ogni pubblica funzione.
Si tratta quindi di estirpare o, secondo il caso, "rieducare", la categoria dei"mediatori" (tendenzialmente "professionali") tra oligarchia liberista e istituzioni (ex)democratiche, in modo da cambiarne la composizione o comunque assicurarsene la totale fedeltà ed efficienza alla pronta realizzazione della privatizzazione oligarchico-affaristica di ogni aspetto dell'azione pubblica (residua).

Questi fini sono ufficialmente esposti come tali da teorizzazioni sia ordoliberiste interne che internazionali che, ancor più incisivamente,€uropee: si tratta di liquidare rapidamente tutte le componenti del consenso e della stessa società che svolgano ancora una funzione di freno alla intera restaurazione del liberismo ordinamentale.
E, nello spiegare il fenomeno, abbiamo così dato una definizione fenomenologica "oggettiva" (quella che i media livorosi non vi daranno mai).

Inutile dire che non difendiamo la casta: contrariamente ai propagatori mediatici del concetto, riteniamo che sia possibile distinguere tra posizioni di rendita politica smodate e parassitarie ed attribuzioni di compensi pubblici aventi titolo legittimo in indispensabili funzioni di pubblico interesse.

E SOPRATTUTTO abbiamo ben presente che le privatizzazioni e le liberalizzazioni, come ben dimostra questa ormai famosa elaborazione di Florio, sono alla base del colossale scambio tra rendite finanziarie e rendite politiche. 
Cioè, ed è bene chiarirlo, almeno per chi vuol capire, quello scambio che è posto alla base della stessa creazione della vera e propria casta in senso renditiero-parassitario
Casta che, quindi, non costituisce affatto il prodotto dello Stato-assistenziale-brutto e del clientelismo-corruzione, ma al contrario, dell'irrompere delle "forme legalizzate" dell'affarismo privatizzato nella gestione del bene pubblico, con il conseguente depotenziamento dell'interesse generale, assorbito in quello privato dei pochi che giustifica la sofferenza dei molti 
Orbene questo paradigma è TIPICO DEL PARADIGMA IMPOSTO DALL'UNIONE EUROPEA. E infatti le tecnocrazie della governance UE-UEM non scherzano affatto nei privilegi e negli sprechi di denaro affluente dai tanto detestati bilanci in deficit degli Stati-membri.

Ovviamente, non difenderemmo mai nè la casta intesa dagli ordoliberisti come (mediaticamente) "sacrificabile", nè tantomeno quella "intoccabile" dei tecnici e degli executives istituzionalmente preposti, a partire da BCE e Commissione, alla distruzione degli Stati democratici.
Solo diciamo che, se ponessimo correttamente la questione in termini di rendite, che sottraggono alla efficienza dello stesso sistema produttivo, risorse e profitti, altrimenti destinati a costituire il capitale di investimento in una corretta gestione efficiente del capitale stesso, EMERGEREBBE CHE L'UNICA VERA CASTA, INGIUSTIFICATA E DEL TUTTO INTOCCABILE, E' QUELLA DELLA GOVERNANCE FINANZIARIA, sia nella società italiana che nelle istituzioni europee.

Nessuno ci dice quanto guadagna Weidmann, Lagarde, o un Olli, o altro analogo personaggio intento a dare "lezioncine" di tutto e a tutti. 
Ma per "quanto guadagna", intendiamo una traiettoria, un'appartenenza, contraddistinta non solo in termini attuali (relativi alla carica pro-tempore) di percezione di denari sostanzialmente pubblici, ma in termini di potenziale carriera, sempre pronta e assicurata da una PORTA GIREVOLE, all'interno degli organismi finanziari privati dominanti
Ciò che, nei fatti, ci può cioè dare la misura di quanto valgano, in termini di guadagno economico personale, le decisioni delle istituzioni cui, incidentalmente, costoro appartengono, in una fase -opportunamente delimitata- della loro immensamente remunerativa vita professionale.

Quindi, colpevolizzare la casta e farne il principale obiettivo della revanche livorosa della "nuova politica" - a parte la ben nota irrilevanza della spesa relativa rispetto ai flussi di out-put gap e di recessione indotta dai creditori finanziari ordoliberisti nella loro furia rimodellatrice delle società democratiche- è un'operazione null'altro che "servente", rispetto ai fini ordoliberisti.
E non solo lascia intatta, ma anzi rafforza la "doppia verità" della effettiva concentrazione oligarchica del potere politico-istituzionale, prima ancora che della ricchezza, attualmente in corso. Un verità occultata dietro il manto di un'etica pubblica tutta particolare e alimentata dai media che costruiscono fattoidi e iperconvizioni che nessuno potrà mai estirpare.

 

Ma naturalmente, questa mia analisi è troppo complessa per essere "metabolizzata". 
Siamo in Italia, il regno livoroso dell'autorazzismo.
E si continuerà a considerare la distruzione della casta - e della sottostante gestione pubblica dell'interesse democratico generale- come il fine ultimo di ogni "rinnovamente politico".
Ormai senza neanche badare più se esista una qualche utilità rispetto alla crisi economica che ci sta divorando: un dettaglio e niente più.
Continuiamo così....  

martedì 8 luglio 2014

RIS.CO.S.SA. ITALIANA è nata

RIS.CO.S.SA. ( da intendersi come acronimo di RIStabilire COstituzione Sovrana SAlvandoci) ITALIANA è una associazione di promozione culturale no-profit a cui hanno aderito giuristi, economisti, esponenti della cultura, associazioni ed individui impegnati sul fronte della critica all’assetto dei trattati europei, in una cornice pluralista tra diverse aree di pensiero democratico.


L’idea-guida è quella di ristabilire, attraverso un approccio interdisciplinare, la piena operatività dei valori costituzionali e degli strumenti di politica economica, fiscale ed industriale che la Costituzione consentirebbe, anzi imporrebbe, per portare l’Italia fuori dalla crisi economica e sociale che, con l’applicazione del “vincolo esterno”, si sta rivelando interminabile e distruttiva.


Consiglio di associarsi a tutti coloro che sono alla ricerca di spunti di riflessione apolitici, che hanno a cuore il futuro del nostro Paese e che sono stanchi delle continue menzogne tecnico-politiche che i politici e i media mainstream ci propinano quotidianamente.